Italia provincia del Sud?

Invariabilmente i nostri politici, di destra quanto di sinistra, quando espongono le proprie idee in merito alle questioni poste da Bruxelles, adottano espressioni del tipo “occorre andare in Europa per…”, come se noi fossimo in Asia. Singolarmente, e tristemente, è lo stesso modo di esprimersi di molti altoatesini di lingua tedesca, quando dicono che, per esempio, andranno in vacanza al mare “in Italia”.

Già questo modo di esprimersi denota un atteggiamento di base in certa misura provincialistico che, ormai, ha assunto una chiara definizione, quasi ufficiale, nel termine “sovranismo”.

Quest’ultimo, infatti, cosa rappresenta se non la volontà di anteporre non solo gli interessi ma anche le mentalità locali rispetto alla visione di una comunità transnazionale? Intendiamoci: una certa dose di localismo esiste in tutte le popolazioni dei Paesi europei. Tuttavia, solo in alcuni – fra cui l’Italia primeggia – i Governi dichiarano e attuano politiche più o meno ambiguamente ostili alle istituzioni comunitarie cercando di trarre furbescamente dall’Unione il massimo dei vantaggi opponendosi a tutto ciò che potrebbe imporre loro qualche sacrificio.

In fondo, per quel che ci riguarda, l’atteggiamento sovranista verso l’Unione non è altro che la proiezione internazionale dell’atteggiamento autonomista che la Lega persegue all’interno del Paese ed è motivato con le stesse pretese, ma capovolte. In effetti, mentre le regioni italiane del Nord vorrebbero maggiore autonomia assieme a maggiore rigore nei confronti delle regioni del Sud, l’Italia, che è il Sud d’Europa, vorrebbe svincolarsi dalle regole dell’Unione, perché dominate dai ‘rigoristi’ dei Paesi del Nord. Una palese contraddizione che testimonia, appunto, un provincialismo poco promettente. In particolare, se si fa riferimento alle vicende economiche, il tema centrale, sulla bocca di troppa gente, è la questione dell’Euro, giudicato dai più come una partenza sbagliata del progetto di unificazione. Secondo costoro, sarebbe stato meglio prendere le mosse da altri temi unificanti, senza però specificare quali. Appare peraltro sicuro che, libertà di circolazione interna, scambi culturali permanenti, integrazione di vari servizi e attività, peraltro già introdotti, non avrebbero senso senza una base monetaria comune che costituisce sempre il più robusto strumento di attuazione di qualsiasi intesa. In fondo, l’aveva capito perfettamente Carlo Magno più di mille anni fa quando cercò di creare un’Europa unita dopo tante guerre intestine adottando una moneta unica, nonché imponendo il latino come lingua scritta istituzionale.

Al contrario, i “sovranisti” nostrani mostrano di sognare il ritorno alla Lira come segno di orgogliosa autonomia sovrana, dimenticando, o facendo finta di dimenticare, la situazione dell’economia italiana nel 2002 e nei nostri giorni e che, al di là delle regole europee, le regole del mercato erano e sono dure, non conoscono “flessibilità” e sono difficilmente contestabili a parole. Meno che meno se balbettate in qualche dialetto.