Il ministro e la banalità del plagio

Un ministro dell’istruzione che viene accusato di aver copiato parti di un suo elaborato per la specializzazione all’insegnamento è una scena da barzelletta, talmente grottesca che sembra uscita da un fumetto di Alan Ford. In passato ci sono stati casi di ministri di altri Paesi che hanno commesso plagio, ma nessuno dell’istruzione. Come se un ministro dell’economia non sapesse la tavola pitagorica. Assurdo. Eppure sembra che sia reale, stando alle voci in circolazione.

Partiamo dunque da un’ipotesi: se l’attuale ministro dell’istruzione Lucia Azzolina avesse davvero commesso il plagio che le viene imputato, non dovrebbe aspettare nemmeno dieci secondi per dimettersi. Se invece non ha copiato, tutti zitti. Ma per smentire o confermare un’accusa di questo genere bastano pochi minuti: si sottopone il testo in questione a un controllo con un buon programma anti-plagio e si ottiene subito il risultato, oggettivo, inconfutabile, la cosiddetta pistola fumante.

In attesa dunque della prova, restiamo nell’ipotesi. Che si copi una parte di una tesi di laurea oppure di un elaborato finale (questa la definizione tecnica) della scuola di specializzazione all’insegnamento secondario (SSIS), o di qualsiasi altro testo, saggio o articolo che sia, si commette un plagio. La quantità di testo copiato va considerata, ma se è più di poche, contatissime, parole, si tratta di plagio. E commettere plagio non è solo contravvenire alla morale, ma anche incorrere in un reato, sancito e punito dalla legge.

Una delle regole basilari dell’insegnamento che veniva impartito agli studenti fin dalle elementari era (forse oggi non è più così, ma è drammaticamente sbagliato che non lo sia): non si deve copiare! Questo è un precetto fondamentale che deve guidare nello studio e poi nell’attività professionale e nella vita in generale, perché in esso si riassume non solo la correttezza dell’individuo nei confronti di sé e degli altri, ma anche l’etica dei rapporti sociali. Lo si può infrangere, per stupidità o per l’incoscienza degli anni giovanili, ma resta sempre un atto negativo e sbagliato, e come tale va stigmatizzato, sempre. Non copiare significa dunque: rispetta te stesso e il lavoro altrui, perché la dignità individuale consiste anche nel riconoscimento delle proprie qualità e nell’ammissione dei propri limiti, il cui superamento può avvenire solo con uno sforzo interiore di automiglioramento, non saccheggiando il lavoro di altri.

Poiché queste non sono regole moralistiche o astrusi cavilli giuridici, ma fondamenti della convivenza sociale e più in generale princìpi della vita storica, oltre che invalsi canoni della ricerca scientifica, la richiesta di dimissioni avanzata da Matteo Salvini non è, come i soliti detrattori dicono, uno sciacallaggio politico, ma è un atto politico di livello superiore, sia istituzionale sia morale, perché esige che le istituzioni vengano rispettate e perché esprime un disagio civico: un ministro che commette un plagio, infatti, non solo getta discredito sulla classe politica e sulle istituzioni che egli rappresenta, ma è screditato nell’immagine che ne hanno studenti e insegnanti della scuola italiana, ed è quindi, come direbbe l’«Economist» di berlusconiana memoria, unfit to lead il sistema scolastico nazionale, il quale non è un settore sociale o produttivo accanto ad altri, ma il terreno di coltura di una civiltà, il campo in cui la formazione è davvero, come dicevano i greci, paideia, l’ambito il cui le generazioni diventano cultura e quest’ultima diventa storia. Le dimissioni di un ministro che non abbia capito e praticato ciò sono il minimo che ci si dovrebbe attendere in una società anche solo minimamente dotata di senso della responsabilità.

Non copiare significa usare le proprie capacità, misurarsi con se stessi, per apprendere e per crescere, confrontandosi con gli altri ma senza spacciare le loro conoscenze come se fossero proprie. Non copiare infatti significa anche non appropriarsi di idee altrui, e copiare senza dichiararlo è esattamente come rubare, perché copiando ovvero plagiando si sottrae qualcosa che appartiene ad altri.

"Non copiare" è una versione moderna e ristretta di un principio tanto forte da essere un comandamento, anzi due: il settimo e il decimo (rispettivamente: non rubare e non desiderare la roba d’altri), nei quali non solo si afferma il divieto di sottrarre con l’inganno ciò che non ci appartiene, ma si esorta anche, a un livello psicologico, spirituale e culturale più profondo, a non desiderare ciò che è proprietà altrui. Le due prescrizioni rivelano anche un diritto, il diritto alla proprietà (la «roba» di un altro è sua e non deve essergli sottratta). Alla voce "rubare", il dizionario Treccani recita: "impadronirsi in modi illeciti di oggetti, valori e beni che appartengono ad altri". E anche le idee sono valori, sia pure in senso immateriale, e nella storia sono sempre state rispettate come tali, con un sentimento quasi di sacralità nei loro confronti.

In questo nuovo millennio sembra invece che qualcosa sia cambiato, per fortuna non per quanto riguarda il furto di beni, ma per quel che concerne la sottrazione di idee. Oggi gli strumenti informatici globali e globalizzanti sono una tentazione quasi irresistibile a commettere questo secondo tipo di furto, e possono quindi essere anche un incentivo al plagio, ma ciò non lo giustifica, in nessun modo. Prendere indebitamente un'idea, una tesi o un ragionamento a qualcuno spacciandolo per proprio ovvero senza citarlo o rinviare alle fonti, sebbene quell’idea o quella tesi sia liberamente disponibile sul web, significa rubare e violare un principio essenziale dello sviluppo scientifico.   

Quel ministro che, sempre nell’ipotesi, ha copiato, forse non si è nemmeno reso conto della gravità dell’atto, perché oggi non c’è la medesima sensibilità di un tempo verso un gesto così meschino e odioso. Poiché le idee circolano, tanto più in quella pseudo-agorà che è il web, sono accessibili a chiunque, non importa chi le abbia prodotte, e quindi si è fatta strada l’aberrante convinzione che siano, letteralmente, di tutti.

"Plagio" è una parola desueta e soprattutto indica una cosa che sembra superata: se la proprietà intellettuale è ormai in via di estinzione, se le idee sono di tutti, allora prenderle non significa rubare, ma semplicemente utilizzarle. Questa è una delle tragedie invisibili della nostra epoca, l’affermazione della banalità del plagio, l’appropriazione indebita che è diventata o diventerà presto lecita, perché, si ritiene, l’uso determina la regola. Se tutti rubano le idee, fra poco nessuno sarà un ladro di idee, perché esse non saranno più di nessuno. E così spariranno anche le idee stesse, perché saranno private del loro ideatore e quindi di colui che, unicamente, sapeva come dovevano funzionare, a cosa dovevano autenticamente servire, a quali finalità teoretiche o pratiche erano rivolte. 

Oggi sembra davvero che nel campo delle idee tutto sia di tutti, una versione postmoderna dell’antico e disumano progetto comunista: l’abolizione della proprietà. Le cose purtroppo stanno così, ma è compito di tutte le persone di buona volontà agire perché vengano cambiate, in questo caso per ripristinare o riaffermare la vecchia buona regola. E, da politico, Matteo Salvini ha esercitato precisamente questo dovere civico, storico e morale, nei confronti di un ministro che è espressione di questa tragica realtà, un prodotto dell’epoca, un ingranaggio dell’occulto meccanismo di espropriazione in atto a quasi tutti i livelli della vita sociale e individuale.  

Se la regola che non si deve copiare è valida, come potrà un insegnante o un genitore spiegare a uno scolaro o a un figlio che il loro ministro ha copiato e che ciò nonostante è rimasto in carica? Il buon esempio è sempre fondamentale, ma in questo caso, trattandosi di bambini e di ragazzi minorenni, è addirittura imprescindibile. Forse il ministro non comprende il senso, etico ed epistemologico, del plagio, e in quella tesina ha scelto una scorciatoia che non gli sembrava così grave. Ma l’incoscienza, qui intesa come ignoranza giuridica, inconsapevolezza morale e sprovvedutezza scientifica, non solo non giustifica l’atto ma nemmeno ne attenua la gravità, anzi, la amplifica: in un ministro della Repubblica questa incoscienza diventa espressione di una irresponsabilità inconciliabile con l’ufficio.

Un ministro dell’istruzione che ha commesso un plagio deve rassegnare immediatamente le dimissioni per senso di opportunità e di responsabilità civile, per incompatibilità con il suo incarico e per impresentabilità dinanzi ai vari attori del sistema scolastico. Per evidenza dei fatti e per timore del ridicolo.