“Bettino Craxi ad Hammamet era come un leone in gabbia. Lui viveva di politica non di nostalgie per le sue presunte amanti. Al netto dell’interpretazione di Pierfrancesco Favino, che mi ha commosso ed è da Oscar, il film di Gianni Amelio mi ha deluso”. Così Umberto Cicconi, per decenni fotografo personale del leader socialista – che lo trattava quasi come un figlio, e presente nei sei anni del lungo esilio ad Hammamet – si esprime sulla pellicola che sta facendo discutere tutta Italia.

Come ricorda quegli anni in Tunisia, Cicconi?

Come anni di dolore e solitudine. Con questo gigante politico che era come un leone in gabbia e che passava tutto il tempo a parlare e a interessarsi della politica italiana che stava andando verso il nulla in cui adesso ci troviamo. Cosa da lui d’altronde prevista sin dall’inizio di Mani pulite.

Cosa non va nel film di Gianni Amelio?

La sua noia, la sua linea piatta e le invenzioni narrative, la prima delle quali riguarda la presenza costante in loco della figlia che in realtà ad Hammamet non mi pare di ricordarla cosi onnipresente. E che comunque tutto avrebbe potuto fare tranne che fungere da guardiana o peggio ancora da autista di scorta per portarlo a placare le sue nostalgie di alcova. Così come non era vero che il figlio fosse in contrasto con il padre, anzi tra i due era lui il più assiduo in quegli anni.

Cosa poteva essere Hammamet secondo il suo modo di pensare?

Poteva dare all’eccezionale Favino oltre che le sembianze e l’umanità di Craxi anche la figura politica, che poi per lui era tutto. Bastava inserire cinque o sei flashback, sul Midas, ad esempio, sugli anni da premier, su quelli all’Onu quando divenne il cittadino italiano più amato in America e così via. Sarebbe stato quello il film da fare.

Cosa ricorda lei – che viveva a fianco quotidianamente di Bettino Craxi – degli anni che precedettero la scelta dell’esilio?

Ricordo tante cose, le passeggiate notturne a piazza Navona, talvolta interrotte dall’avvicinarsi di uomini probabilmente dei servizi che gli consigliavano di sparire per un po’ perché – dicevano – la sua vita era in pericolo.

Ricorda anche le monetine?

Sì, ricordo anche quell’episodio. E a tal proposito mi preme sottolineare un’altra palese falsità del film di Amelio. Quella scena in cui si vedono i turisti sbarcati ad Hammamet dirigersi verso Craxi e insultarlo. Ma quando mai. Era vero esattamente il contrario. Venivano da lui per vederlo. Quasi in pellegrinaggio e chiedevano pure l’autografo. La gente in Italia amava Craxi ieri e lo ama ancora oggi. Solo alcuni pubblici ministeri, alcuni politici e alcuni giornalisti lo odiavano e infatti sono loro ad avere creato quel clima d’odio di cui lui per primo si rendeva conto.

Quale è stato, secondo lei, il limite di Craxi alla fine della sua parabola politica?

L’orgoglio del leone ferito che non lo ha portato a meditare una ritirata strategica ma lo ha spinto a offrire il petto al nemico.

(*) Le foto sono di Umberto Cicconi