Bertolaso contagiato e ricoverato, ma Travaglio lo aveva messo in guardia

Siamo rimasti addolorati dalla notizia che Guido Bertolaso, l’ex capo della Protezione civile chiamato dal governatore Attilio Fontana per l’allestimento dell’ospedale da 400 posti in Fiera a Milano, sia stato colpito dal contagio. Risultato positivo, lui e il suo staff si sono messi in quarantena. “Solo poche linee di febbre – ha subito annunciato – sapevo i rischi a cui andavo incontro, vincerò anche questa battaglia”. Ma il giorno dopo si è appreso che la febbre è salita e Bertolaso è stato ricoverato all’ospedale San Raffaele.
Marco Travaglio, direttore de Il Fatto quotidiano, che aveva silurato con ostile malevolenza la proposta fatta da Silvio Berlusconi a Giuseppe Conte di affiancare Bertolaso ad Angelo Borrelli per aumentare la capacità tecnica e la rappresentanza anche al fine di placare le contestazioni, ha rincarato la dose. Ha scritto: “Bertolaso voleva creare posti letto, ne ha occupato uno”. Nella sfida tra i due fronti, chi sta con Conte e chi accusa, chi demonizza e chi assale, si è infilato il virus, il quale non farà politica ma non dà neppure ragione a Travaglio. Perché, guarda il caso, l’indomani anche il capo in carica della Protezione civile Borrelli ha informato di avere la febbre, di aver fatto il tampone e di essere in isolamento con il relativo staff.

Niente più direzione dei lavori in Fiera e niente più conduzione della macchina a palazzo Chigi. Azzerati tutti e due, i vertici della Protezione e il solerte ex stimato direttore. Ma, se mi è consentito, per Bertolaso le cose stanno diversamente da chi fino ad ora si è mosso al protetto delle stanze, anche se purtroppo non è bastato. Guido Bertolaso a 70 anni è finito sul campo infernale della Lombardia, i video lo ritraggano non nelle aule delle conferenze stampa, ma con la mascherina in prima linea accanto ai tecnici, a spiegare il progetto dell’ospedale, rassicurando che non sarà un “lazzaretto” con i letti da campo, ma una struttura che potrà essere riutilizzata, che potrà offrire a tutto il nord al tracollo posti, macchinari e assistenza. Poi ha lanciato un appello accorato a medici, infermieri affinché si mettano in servizio dicendo come a se stesso che “la sfida è alta e rischiosa, ma servire il Paese ne vale la pena”. Uno che parla ancora così in Italia è uno sciagurato, uno che ha questi sentimenti e li formula con questo animo è uno che non ha capito cosa ha tutt’intorno. In questo Travaglio ha ragione, lo aveva avvertito.

Inoltre Bertolaso, lo ripeto, ha 70 suonati anni e sono i settanta di un uomo addolorato, ricoperto di accuse ingiuste, trascinato nei processi, offeso di iniquità da vergogna, ferito nel suo amor patrio come l’ultimo dei mascalzoni. E perché? Per il carattere, per le stesse cose che gli rimprovera il direttore del Fatto. Cioè per aver pensato di fare grande la “Protezione civile italiana” attraverso un’agenzia di servizi per il mondo delle calamità. Glielo avevano suggerito Bill Clinton e Barack Obama, dopo che li aveva aiutati per il terremoto di Haiti. E se ne era innamorato dell’idea Berlusconi e i due, con imperdonabile ingenuità, lo avevano annunciato andando a pigiare i calli della rete che gira intorno agli aiuti in Italia, come per i profughi e per i Rom. E cosa è accaduto? Che chi di onestà ferisce di onestà perisce. Un diluvio di accuse, processi per appalti del terremoto e per il G8, coinvolgimenti famigliari, dossier su abitudini particolari, e poi come è finita? Assolto da tutto. Ma non dalla loquacità dei maligni. Perché c’è ancora chi scaglia fango, in Italia si può fare, infangare non è mai reato. E il fisico intanto si logora, la morale si straccia e il cuore va in pezzi.

È per quello si fanno queste operazioni giustizialiste, mica per la galera che talvolta tuttavia arriva. Ma per far crollare l’avversario e farlo fuori. Bertolaso se ne era andato in Africa a tirar su ospedali per i poveri, i malati, i bambini mentre qui arrivavano carrette di schiavi deportati dalle Ong, che ingrassano le loro tasche e quelle dei loro sodali. Poi il virus, l’emergenza, il senso dello Stato e dell’amicizia, la fedeltà alla Protezione civile, una mano all’amico Berlusconi e una a Conte, a Borrelli, a Fontana e così l’ex direttore si è rimesso in pista. Ma, ancora una volta, sbagliando. E, cioè andando sul campo e dicendo “io ci sarà qui dalla sera alla mattina, ogni giorno e ogni problema non esitate a parlarmene, risolveremo tutto insieme”. Come in Abruzzo per il terremoto. Ma queste cose si pagano, caro Bertolaso, lei non ha ancora imparato la lezione.

Chissà come finirà adesso per lui, per Borrelli, per noi, per l’Italia.