Nel 2011 con un governo, l’ultimo eletto, e regolarmente in sella senza, per una grave crisi Finanziaria contro il nostro debito sovrano, Giorgio Napolitano nel giro di un fine settimana, disarcionò tutti a partire da Silvio Berlusconi. La motivazione ufficiale fu quella del rischio enorme per l’Italia di finire in default. Come a dire a mali estremi rimedi estremi. Sia come sia e sotto Finanziaria, il governo Berlusconi fu mandato a casa. In molti diranno, mamma mia, perché solo a citare Mario Monti e il suo ricordo viene la pelle d’oca, se non fosse per due differenze tra allora ed ora, l’origine della crisi e la capacità del premier. Ebbene, nel 2011 si doveva trovare una ragione per imporre all’Italia, a proposito d’Europa, una correzione di bilancio strutturale e una politica fiscale contro il patrimonio, unita ad una linea di governo che fosse più obbediente all’asse franco-tedesco.

Come se non bastasse c’era la necessità di scegliere un premier, per quanto autorevole e titolato, che fosse disponibile a quella linea, sia in principio e sia per via di convinzioni personali sul trattamento della ricchezza privata del Paese e sull’assetto previdenziale dal lato della spesa. Un combinato disposto che per Napolitano, calzava a pennello con la scelta di Monti, uomo di fama internazionale, economista esperto d’Europa, visto che in passato era stato più volte commissario Ue. Contro il rischio che il Paese precipitasse, Monti divenne capo del governo, il resto lo sappiamo e condividiamo ora come allora il pensiero di quelli che giudicarono la scelta uno sbaglio. Ma la grande differenza di oggi rispetto al 2011 a parità di soluzione, sta tutta nel tipo di crisi e della dimensione, nelle garanzie del governo, nelle caratteristiche e nelle capacità professionali di guida durante una tempesta economico-finanziaria senza precedenti.

L’esperienza di una vita passata ai massimi livelli dei board finanziari e monetari, a partire da Bankitalia e Bce di Mario Draghi, lo pone ai vertici assoluti mondiali per capacità, competenza, conoscenza sia della materia e sia delle cure da adottare contro un tifone eccezionale. Del resto il suo “Whatever it takes” alla guida della Bce non solo ha fatto scuola ma è riuscito a stroncare ogni attacco della speculazione tanto alla moneta unica, quanto alla stabilità finanziaria di tutta la Ue e dell’Italia in particolare. Le sue scelte ci hanno salvato. Tornando ad oggi e alla situazione del Paese, l’Italia si trova alle prese con la più grande crisi della storia, con un dramma da combinato disposto fra pandemia ed economia, con una tensione sociale mai vissuta, ripartita fra paura della malattia e blocco dell’economia, un rischio alle stelle. Eppure, in questo quadro da brivido reale, ci ritroviamo governati da una maggioranza abborracciata, sconclusionata, nata da una forzatura e da una ipocrisia politica.

Ci ritroviamo un esecutivo e un premier passato come fosse niente, dai gialloverdi ai giallorossi, dal sovranismo all’umanesimo, dalla via della seta al “Giuseppi” Conte, dal con Matteo Salvini al contro Matteo Salvini. Ci ritroviamo un esecutivo che fino a prima dell’epidemia era costantemente sull’orlo della crisi, in equilibrio precario fra veti contrapposti, minacce e ultimatum, un governo che sulla Finanziaria ha dovuto cambiare dieci versioni, scelte, opinioni. Come se non bastasse, una maggioranza, che dallo scoppio del Coronavirus naviga a vista, tra sottovalutazioni iniziali e dichiarazioni trionfali, tra esitazioni e parzializzazioni, fra scelte senza consultare il centrodestra su limitazioni costituzionali e provvedimenti sempre diversi. Un governo che se non fossero arrivate le proteste del centrodestra e del Paese reale avrebbe messo in campo quattro spiccioli per contrastare una catastrofe dell’economia e che procede per tentativi e senza strategia. Sia chiaro si tratta di una situazione straordinaria di fronte alla quale essere impreparati ci può stare, come ci può stare qualche indecisione e qualche sbaglio, ma passare ad una guida più esperta, più forte e più sicura sarà o non sarà, molto ma molto meglio?

Sarà oppure no, necessario proprio in questo passaggio unirci davvero tutti, forze politiche, sociali, imprenditoriali, civili, per formare un governo d’eccezione guidato da un esperto conclamato che ha dato prova tante volte nel passato? Un governo veramente di tutto il Paese? Ecco perché diciamo se non ora quando? Perché diciamo che servirebbe un esecutivo con tutti dentro, a partire dai leader, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Nicola Zingaretti, Luigi Di Maio, Matteo Renzi. Insomma, tutti insieme sotto la guida di Mario Draghi. Questa sarebbe l’unità per la salvezza del Paese, una scelta di vicinanza per superare l’emergenza con i migliori contributi, di capacità, esperienza, rappresentatività politica e competenza, si tratta di una scelta straordinaria per una sfida straordinaria che tocca a tutti e tutti assieme, qui e ora. Non possiamo permetterci di procedere per tentativi, per approssimazioni, non c’è più tempo per fare e correggere, accelerare e frenare, c’è rimasto solo il tempo d’intervenire con coraggio e risolutezza lungo la strada della salvezza, ecco perché ci serve Draghi e un governo tutti dentro. Dopodiché, quando saremo fuori dal problema e avremo vinto, perché vinceremo anche stavolta, romperemo le righe, faremo i conti, si tornerà a votare e vedremo chi saranno i vincitori e chi i vinti.