Una soluzione politica possibile

La coscienza emergerà o vedremo il nostro mondo implodere. E deve emergere prima di tutto tra chi ha responsabilità politiche e istituzionali, in Italia come in Europa. Ecco la mia antica proposta di una necessaria “Assemblea costituente” da far eleggere ai cittadini, a suffragio universale, coinvolgendo nel voto anche i diciottenni, magari attraverso un sistema proporzionale, in modo da permettere, nell’Assise, la rappresentanza di tutte le principali culture politiche. Tutte: laici, cattolici, socialisti, liberali, democratici, riformatori, conservatori, massimalisti, sovranisti, radicali, federalisti europei, repubblicani. Un’Assemblea in cui non possono e non devono essere eletti gli attuali parlamentari o i membri del governo, che devono restare a svolgere il loro ruolo né, tantomeno, devono farne parte sindaci o amministratori locali e regionali, che devono – oggi più che mai – concentrarsi nella loro funzione e onorare al meglio il mandato dei loro elettori.

No, nell’Assemblea costituente che propongo da due anni, così come l’ho pensata due anni fa, devono e possono essere eletti personalità autorevoli, preparate, anche politici di qualità e di riconosciuta credibilità (ad esempio, Gianfranco Spadaccia), di alto spessore culturale (ad esempio, Massimo Cacciari), giuristi, economisti, storici, letterati, giornalisti, costituzionalisti (ad esempio, Sabino Cassese e altri) e via dicendo. Ma non un’Assise di soli anziani, c’è bisogno di eleggere un’Assemblea costituente in cui vi siano anche giovani dai 25 anni in su, che possano rappresentare una riserva della Repubblica per il futuro. A presiedere una tale Assise servirebbe un nome di alto profilo come quello di Giuliano Amato o, se si volesse scegliere una donna, come quello di Marta Cartabia.

Un’Assemblea costituente siffatta sarebbe una risposta politica, ribadisco “politica”, alle difficoltà verso cui andremo presto incontro sul piano istituzionale, economico, sociale. Perché al momento, si sappia, stiamo andando verso il peggio e non verso il meglio. Come capita spesso, purtroppo, il Palazzo si sta incartando ed esacerbando a causa di un clima inevitabilmente teso, preoccupante, allarmante. Eppure, una via d’uscita politica c’è. Una soluzione possibile, ma improbabile, esiste. Ne parlai proprio sul quotidiano l’Opinione scrivendo un articolo intitolato “Una proposta per uscire dal guano”. Forse, qualche lettore lo ricorderà: un Governo politico (politico non tecnico) di ricostruzione, di legislatura, riformatore, guidato da Mario Draghi, con dentro tutti i leader dei partiti e dei movimenti seduti in Parlamento che scelgano di assumersi una tale responsabilità. Un Governo con chi ci sta, come scrissi nel 2018. Per restituire alle due Camere la loro funzione democratica e costituzionale. Per avere un Governo autorevole in grado di dare forza all’Italia distrutta, ma anche al progetto spinelliano per gli Stati Uniti d’Europa. L’ho scritto in tempi non sospetti, quando era chiaro che l’esito delle urne aveva questa unica soluzione possibile mentre, purtroppo, si sono realizzate tutte le altre soluzioni probabili.

La proposta era e rimane chiara. Serve un Governo con dentro Matteo Salvini, Antonio Tajani, Enrico Letta, Luigi Di Maio o chi per lui, Giorgia Meloni (se vuole), altri esponenti di punta del Pd, con altri importanti e significativi esponenti dei vari partiti esistenti nel Parlamento. Insieme, per un Governo che ricalchi quelli del Secondo dopoguerra guidati da Alcide De Gasperi, ma che avevano dentro, in alcuni ministeri chiave, personalità dal calibro di Ugo La Malfa, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti. Questo proponevo un mese prima che si realizzasse il pessimo (parere mio) governo Lega-Cinque stelle e che riproposi durante la crisi dello scorso Ferragosto, prima, molto prima che si realizzasse il pessimo (secondo me) governo Pd-Cinque stelle.

Due anni fa, infatti, dopo il voto delle elezioni politiche del 4 Marzo 2018, il responso delle urne già portava in sé il problema è la soluzione, cioè la sfida tra il probabile esito di quella iniziale crisi (Governo Conte-Salvini-Di Maio) e una possibile uscita dal guano venutosi a creare, nella primavera del 2018, dentro e fuori il Parlamento. Come scrivevo il 2 maggio di quell’anno, infatti, proprio dalle colonne del quotidiano l’Opinione, credo davvero che sia necessaria un’Assemblea costituente votata dai cittadini e che svolga il proprio compito di riforma istituzionale ed elettorale mentre, in Parlamento e nel Governo, tutte le forze politiche sedute nel Palazzo, disponibili a starci e ad assumersi una tale responsabilità, devono garantire un Esecutivo di tutti, come nel 1946, assumendosi la piena responsabilità politica e occupandosi dei tanti problemi che attanagliano la nostra Penisola.

L’urgenza, perciò, almeno se si guardano e si ascoltano gli attuali dibattiti televisivi, sembra essere quella di porre rimedio a uno svuotamento di senso della politica e delle parole, a una perdita di significato dei termini, a uno scadimento delle cose che si dicono e si negano, poi si riaffermano e si rinnegano. Ma non è tanto una questione di coerenza perché la politica, nel senso liberale e democratico del vocabolo, vive di felici contraddizioni, di apparenti incoerenze, di fertili cambiamenti. Stavolta il problema è che la parola ha perso di senso, è utilizzata come si utilizzano le scatole vuote, è spesso un’eco di suoni insignificanti, siamo davvero allo schiamazzo o al riecheggio mediatico. Quando la parola non è più credibile, quando la parola diventa vuota, quando la parola è in mano a pochi o ad uno soltanto, quando la parola perde la propria libertà e responsabilità, allora si va verso il baratro mentre noi tutti abbiamo necessità che emerga una coscienza individuale capace di unirsi e di ritrovarsi nel dialogo con gli altri. Servirà molto presto, alla fine di questa emergenza, un clima costituente. Come nel 1946.