Non perdiamo il patriottismo (così difficilmente) ritrovato

Il Decreto Rilancio e le misure di sicurezza ormai del tutto allentate hanno fatto sì che la gente scendesse in piazza di nuovo e, al netto dei casi di comportamenti irresponsabili, tutti quanti hanno ripreso – seppur con prudenza – una minima socialità. Per fortuna. Il ritorno alla vita simile a quella vissuta prima del coronavirus ci ha fatto però già dimenticare il senso di coesione nazionale e di patriottismo a cui tutti abbiamo fatto ricorso nelle terribili giornate di clausura, durante i mesi di marzo e aprile. Da questo punto di vista, personalmente, avrei auspicato che gli italiani potessero continuare a conservare quel giusto senso di appartenenza e di spirito collettivo nazionale, che in questi giorni si è estrinsecato nell’ostensione dei nostri colori nazionali un po’ dappertutto. Invece così non è stato. Nei mesi passati non mi sono mai lasciato andare alle manifestazioni canore del nostro inno nazionale dal balcone o dalla finestra, perché – sebbene fossero attività spinte dalle emozioni del momento – ritenevo fosse troppo goliardico urlare il Canto degli italiani in maniera così poco seria e così giocosa.

Tuttavia, l’opportunità di vedere i Tricolori affissi quasi ad ogni finestra, di ascoltare le pubblicità patriottiche di ogni tipo in tivù, di notare la mistica esaltazione delle Frecce Tricolori e dell’operato delle nostre Forze armate mi avevano fatto pensare che buona parte degli Italiani avessero finalmente fatto un salto di qualità: il patriottismo non più relegato ad un nazionalismo più o meno spinto o più o meno latente, spesso appannaggio di movimenti di destra o, peggio, di estrema destra. Mi era sembrato di capire che, per una volta, dopo tanto tempo, gli Italiani si sentissero italiani in quanto tali, ontologicamente, senza alcun riferimento alla destra, al centro o alla sinistra.

Un patriottismo bipartisan insomma. La sensazione che ho provato era veramente quella di sentirmi parte di una Nazione (termine spesso usato erroneamente come sinonimo di “Paese” o “Stato”, concetti ben diversi) intesa come comunità di spiriti e di intenti in cui un popolo prende nuovamente coscienza di sé, proprio valicando gli interessi personali o politici. Questo sentimento di rinascita e di orgoglio nazionale mi sembra sia già stato abbandonato. Insomma: speravo che gli italiani avrebbero portato con sé, dopo questa crisi, non solo la capacità di lavorare in smart working, una migliore conoscenza delle modulistiche Inps, e una presa di coscienza delle varie forme – giustificatissime, per carità! – di assistenza e sostegno pubblico. Insomma, pensavo che gli Italiani avessero scoperto – o riscoperto – un po’ di senso di civica appartenenza alla Terra dei padri, oltre che riscoperto il loro codice fiscale.

E, secondo me, è questo il nostro difetto. Ci sentiamo italiani solo prima del calcio d’inizio quando gioca la Nazionale. O come la storia recente ha dimostrato, in casi di estrema difficoltà. Questo è l’errore che fra l’altro ci distingue anche dagli altri Paesi. Bisognerebbe sentirsi italiani sempre, tutti i giorni: provare un brivido quando viene suonato il nostro inno, volgarmente detto Inno di Mameli, e quando quel drappo tricolore – per cui migliaia di persone sono morte, anche durante la pandemia e non solo durante la Prima Guerra Mondiale – viene issato o sventolato. Non è pura o banale retorica: bisognerebbe celebrare il nostro patriottismo così come, per esempio, avviene negli Stati Uniti.

Democratici e repubblicani, infatti, pur combattendo ferocemente, si comportano anzitutto sempre e costantemente come americani, esaltando i propri colori, le proprie tradizioni e facendo ricorso all’esaltazione delle Forze armate quale strumento di coesione ed unità nazionale. E invece ci siamo già dimenticati, già dopo qualche giorno dell’apertura dei cancelli e delle gabbie, di Mameli, dell’Italia, delle bandiere e, con loro, del senso di appartenenza e di orgoglio. Da Padova a Napoli, da Palermo a Milano, è tutta una rincorsa a riprendere la movida, le feste ed i rituali dell’aperitivo e delle feste in piazza.

Superando un’ormai vecchia dicotomia tra nazionalismo, secondo certuni proprio della destra (ma non più), ed internazionalismo, secondo certi altri proprio della sinistra (ma non più), sarebbe bello che dopo l’esperienza coronavirus – che tanto ci ha insegnato – tutti portassimo con noi questo rinnovato senso di appartenenza e di patriottismo, entrambi espressi con l’esaltazione dei nostri colori, della nostra storia – specie risorgimentale – e della nostra italianità. Parlo di patriottismo e di null’altro: una parola, un valore non più capito, frainteso. Talvolta abusato, talvolta evitato. Ma il Tricolore, comunque, ci aspetta sempre lì, nell’angolo della casa dove lo abbiamo riposto, pronto a fare il suo dovere e ad infondere coraggio quando servirà. Solo se servirà (?).