Di fogne, pantegane e altre romanità

I testi comici di Beppe Grillo erano scritti da Antonio Ricci e credo anche da Carlo Pistarino ma di certo infine, da Michele Serra. Se Grillo faceva ridere, o comunque divertiva castigando mores era per quello, non certo per talento personale, fatta salva la consueta, atavica e genetica cattiveria genovese dovuta al mugugno perenne di una città matrigna. Già allora, comunque, il comico ligure era stranamente simile nel parlare ad Orlando Portento. Insomma, di talento satirico proprio, il leader carismatico e ormai emerito dei pentastellati, ha sempre avuto ben poco, tranne un non straordinario successo dell’unico film al quale ha partecipato come protagonista che fu quel Cercasi Gesù, passato completamente nel dimenticatoio anche delle televisioni locali a Ferragosto. Quindi, anche con quest’ultima performance, tra l’altro non sua ma di Franco Ferrari, di un sonetto in romanesco dove i romani vengono definiti “gente de fogna”, continua a mantenere fieramente la propria posizione succedanea.

E giungiamo quindi proprio alla frase incriminata, dicendo innanzitutto che per quelli come me che allora c’erano, sarebbe facile ricordare La voce della fogna, la pubblicazione satirica di destra diretta da Marco Tarchi negli anni Settanta e Ottanta. Quindi anche qui nulla di nuovo, se non che dall’elitario “fascisti, carogne, tornate nelle fogne!”. Il Nostro – anzi il loro e loro soltanto – è passato a un più onnicomprensivo “romani, tornate nelle fogne dalle quali siete usciti”. In parafrasi del più sintetico assioma in vernacolo, ovviamente. Quindi a un civis romanus, anche se non fascista né di destra, le fogne non fanno paura anche perché è proprio invenzione romana il sistema fognario, ancora oggi in gran parte in uso e funzionante dell’Urbe. Insomma i romani, quelli antichi, quelli della Repubblica prima e dell’Impero poi, le fogne le sapevano fare, eccome, ciononostante non ci vivessero ma avessero edificato una città di mattoni e marmo che rifulgeva al sole dei secoli.

Città che sebbene decaduta quasi al livello di un paese durante il Medioevo, ritornando splendida con il ritorno dei papi nel Rinascimento e poi nel Barocco, sino all’arrivo dei piemontesi nell’Ottocento. Eppure Roma continuò a splendere, anche con le sue fogne, con le sue pantegane e forse – ma questo prendetelo come frutto di leggende metropolitane – anche con altre creature molto peggiori delle “zoccole romane”, che vivrebbero nei tortuosi meandri sotterranei cittadini, e dai quali a volte, raramente, uscirebbero per rapire neonati o gioielli dalle case degli abitanti di superficie. Quindi, mentre la cloaca maxima ancora oggi prosegue nel suo “sporco lavoro” mentre agli angoli dei portoni dormono in giacigli di cartone i senza tetto, mentre i Rom rovistano tra i cassonetti in cerca di qualcosa da rivendere o riadattare, mentre la “monnezza” si accumula in fastose piramidi che vorrebbero rivaleggiare con quella di Caio Cestio; Roma ugualmente, come fa da quasi tremila anni, infischiandosene bellamente di chiunque sia seduto sul suo scranno in Campidoglio, splende. Perciò teniamoci care le fogne, hanno un nobile compito, portano via i liquami, le deiezioni e le brutture dimostrando così all’uomo la propria, inutile, meschina vanità. Tutto passa, tutto scorre, anche la stupidità umana.