Virginia Raggi fa le valigie con un sonetto grillino

Dice la volpe che non arriva all’uva che è acerba. Per quanto Beppe Grillo scherzi con sonetti alla Trilussa dell’amico Franco Ferrari sull’operato di Virginia Raggi per la Capitale, sembra più appropriata la favola di Esopo. Il co-fondatore dei 5 stelle aveva puntato su Roma gran parte della sfida e dell’immagine del Movimento: “Conquisteremo la Città Eterna, cacceremo le mafie e la restituiremo all’onore”, proclamava ai tempi dei V-Day. Ma a pochi mesi dalla scadenza del mandato della Sindaca il bilancio è magro e scuro e così Grillo è sceso in campo con un sonetto in romanesco che dice: “Virgì prendi una valigia, tuo figlio e tuo marito che ce ne andiamo da questa gente di fogna. Virgì, Roma nun te merita”. E poi si è lanciato in una difesa della “povera Crista” onesta e retta, che sta lottando per il cambiamento e che i romani non meritano. Virginia Raggi da parte sua ha ringraziato: “Amo Roma con tutta me stessa: questo mi fa andare avanti insieme all’affetto di tutti voi”. A parte le dichiarazioni ufficiali, l’uscita a sorpresa del garante dei 5 Stelle è sembrata a molti un togliere le castagne dal fuoco al Movimento in vista delle candidature per la Capitale e, seppure in modo giocoso, l’esito sembrerebbe quello di togliere il disturbo concedendo alla Raggi la scusante che “i romani so’ gente de fogna”. Frase che ha scatenato tifosi e trasteverini e ha fatto reagire i testimonial della Capitale, come Alessandro Gassman. Ma, a mio parere, è la prima parte del sonetto quella che conta. Nessuna ricandidatura, dunque, per la quale sarebbe necessario un voto della piattaforma Rousseau e una modifica dello Statuto.

Non che la Raggi sia una brutta persona, non che non sia retta ed onesta, ma questo era scontato date le premesse. È il cambiamento sul quale la sindaca 5 stelle ha fallito, perché Roma prima in balia di giri e rigiri oggi è in balia di se stessa. Appare una città abbandonata, senza guida, dove molto avviene per caso, dove le emergenze sono tralasciate, dove il tema centrale del decoro non è stato affrontato neppure con due alberi e qualche vasetto di fiori intorno al Campidoglio. Non va meglio nelle periferie, nei campi Rom, nelle zone calde. La colpa non è solo degli stranieri e degli immigrati. Faccio presente che a Bucarest per una iniziativa simile hanno messo decine di Rom a curare fiori e fare statue e monumenti floreali non ad imbrattarli e tirarli giù. In più durante i mesi di lockdown la Città Eterna era al riparo da malviventi e ostacolatori, presidiata dalle forze dell’ordine e controllata al millimetro e dunque volendo si poteva fare moltissimo. Ma la politica del Comune, dopo polemiche e boicottaggi, è stata quella di non fare niente per non avere grane. E Virginia è stata la sindaca immobile della pandemia mondiale. Trapela che ciò sia avvenuto perché per ogni iniziativa si dovevano mettere due persone per ogni gestione passata, un presidio clientelare tale che la sindaca ha come gettato la spugna limitandosi all’ordinario. In alcuni quartieri “la monnezza” era arrivata al punto che si sono costituiti volontari di colore che da soli si sono messi a pulire le strade.

Questo non lo poteva fare l’amministrazione coi vari redditi di cittadinanza? E cosa dire dei bivacchi lungo il Tevere, di tutti coloro che ante Covid hanno messo baracche ovunque, sotto i ponti, nei giardinetti, sotto gli androni indisturbati? Il virus è arrivato ad alleviare l’inadeguatezza e l’immobilismo della Sindaca. Che a un certo punto si è rinchiusa in Campidoglio, salvo uscire per le manifestazione di propaganda quando ha dovuto dire alle telecamere che liberava Roma annunciando il trasloco dei Casapound dall’edificio occupato all’Esquilino. Il difetto della Raggi è stato un po’ quello di tutto il partito e cioè cedere al Pd tanto contestato e fargli il controcanto. Altro che Virginia inossidabile! Virginia si è arresa alla “mafia ideologica”, alla propaganda rossa, ha lasciato credere che chi comanda a Roma sono le sinistre. E questo è politicamente imperdonabile, perché la Raggi prese il 67,15 rispetto al 32,5 del democratico Roberto Giacchetti proprio da quell’elettorato moderato che lei non ha mai curato neppure di un “grazie”.

Cosa ha fatto per i romani che l’hanno votata in massa i quali chiedevano la cura delle strade, dei quartieri, del decoro urbano? La sindaca ha diramato un documento “Cose fatte dal 2016-2020” in cui appaiono un mare di bonifiche, di assunzioni, di nuove illuminazioni, di iniziative, certo che non è stata con le mani in mano. Ma scorrendo l’elenco emerge quello che doveva essere rivoluzionario e cioè la logica sinistra, quelle iniziative di piste ciclabili e di interventi periferici che non hanno aggredito Roma nel cuore che andava tutelato, salvato e restituito a patrimonio universale. Interventi che richiedono di scendere in strada, presidiare, occuparsene in prima persona, per ottenere pulizia e controllo pubblico a fronte di due ville dei Rom abbattute. Ci ha pensato il virus da solo a restituire Roma in mondovisione con le immagini struggenti e gloriose della Città Eterna alle albe e ai tramonti del lockdown. E non è solo campanilismo, perché Roma Capitale è il biglietto da visita e il primo capitolo della ripresa economica se vogliamo rilanciare l’Italia. Detto ciò, Virgì, fai le valigie, che è mejo.