Mes, da irresponsabili non approfittarne

lunedì 27 luglio 2020


Rispetto alla tormentata vicenda dei soldi europei, il premier Giuseppe Conte (e il suo governo giallorosso) pensa di aver vinto la battaglia in Europa atteggiandosi come se fosse Napoleone Bonaparte uscito trionfante dalla battaglia storica di Austerlitz e fa finta di non sapere che i 209 miliardi del Recovery fund destinati all’Italia non saranno immediatamente disponibili. Se tutto va bene, le prime tranches saranno garantite per la seconda metà del 2021 e a condizione che il piano nazionale delle riforme (ancora in lavorazione) superi l’esame di Comitato economico finanziario, Commissione Ue e Consiglio europeo. Nel frattempo, cosa aspettiamo ad accettare la nuova linea di credito del Mes (Pandemic crisis support) creata appositamente per finanziare i costi diretti e indiretti della sanità e con tassi quasi a zero? Li vogliamo prendere i 36 miliardi di euro disponibili da subito e con l’unica condizionalità di spenderli solo ed esclusivamente per mettere a posto il sistema sanitario italiano? Sarebbe da irresponsabili e da miopi non approfittare di questo strumento eccezionale. Non è che possiamo permetterci di fare consistenti scostamenti di bilancio (nonostante la sospensione dei vincoli del Patto di Stabilità decisa nei scorsi mesi dall’Ue) per far saltare i conti dello Stato. I nostri dati macroeconomici sono allarmanti e potrebbero peggiorare: con i 25 miliardi di euro destinati al decreto di agosto per coprire le misure già avviate per il lavoro, le sospensioni fiscali, il rifinanziamento del fondo Pmi e il sostegno agli enti territoriali, il deficit ufficiale del 2020 arriva ora quasi al 12 per cento del Pil, mentre il debito pubblico viaggia intorno al 158 per cento.

Abbiamo speso male e inutilmente, ricorrendo ai vari bonus e adottando misure assistenzialistiche costose come il reddito di cittadinanza e quota 100 (da cancellare immediatamente) che non potevano incidere sull’innalzamento del tasso di crescita economica e sociale del nostro Paese. Se avessimo fatto al contrario, a quest’ora non saremmo stati con le chiappe per terra e avremmo avuto più chances e margini per manovre economiche espansive all’altezza dell’Italia. Per ricostruire il Paese, la vera soluzione (e lo ripetiamo da decenni) sono le riforme, l’eliminazione delle spese improduttive e i privilegi che affossano lo sviluppo ed in particolare: meno burocrazia; meno assistenzialismo; meno interventismo statale nell’economia (compreso il mondo delle municipalizzate dei servizi pubblici essenziali); più investimenti pubblico-privati per la crescita sostenibile delle infrastrutture energetiche e delle reti di telecomunicazione e di quelle per i trasporti nel nostro territorio; più semplificazione attraverso un set di norme definitive che sostituiscano il Codice degli appalti con i regolamenti comunitari; più digitalizzazione e innovazione nella pubblica amministrazione per renderla più moderna ed efficiente nell’interesse dei cittadini e delle imprese; più transizione ambientale e più scuola e università connesse con il mondo del lavoro. Tutto questo viene chiesto dall’Unione europea.


di Donato Bonanni