Le leggi elettorali ad uso e consumo

Fra le democrazie occidentali l’Italia rappresenta davvero un qualcosa di atipico, e in mezzo a tanti aspetti singolari vi è la necessità di riscrivere periodicamente la legge elettorale nazionale. Ogni tot di anni occorre rinnovare le regole che disciplinano le elezioni politiche, un po’ come se si trattasse delle pareti interne di casa, da rinfrescare ogni tanto con un colore nuovo a causa dei vapori della cucina, della polvere e del riscaldamento in azione d’inverno. La classe politica, se fatica spesso a proferire parole chiare sul presente e sul futuro economico del Paese, diventa invece assai loquace quando si tratta di disquisire di meccanismi elettorali, il più delle volte alimentando dibattiti da addetti ai lavori ai quali i cittadini tendono a disinteressarsi. Intendiamoci, una buona legge elettorale può determinare efficienza nell’azione di governo e contribuire ad un quadro politico ordinato e rispettoso della volontà popolare, ma affinché gli effetti positivi possano durare, serve che vi sia al tempo stesso un equilibrio istituzionale capace di stare al passo dei cambiamenti.

In Italia, dalla scomparsa dei partiti storici della Prima Repubblica, e dei loro rapporti di forza, ad oggi, abbiamo invece scritto numerose leggi elettorali, diverse fra loro e con impostazioni più maggioritarie e meno proporzionali o viceversa, senza mai toccare la sostanza di una repubblica parlamentare nata sulle ceneri del fascismo. E le conseguenze della mancata revisione di un’architettura istituzionale stra-obsoleta sono tutt’oggi evidenti a tutti, e ben rappresentate dai governi degli ultimi anni, lontani dal sentimento degli elettori, oppure anche dalle alleanze forzate come quella fra Lega e M5s. La riscrittura bulimica e frequente delle leggi elettorali non solo non ha risolto i problemi italiani di governabilità e stabilità, bensì ha costantemente peggiorato la situazione. Più ci inventiamo nuove regole, più sprofondiamo nel caos, ed è normale che gli italiani non si aspettino più nulla dalle discussioni sui massimi sistemi. Poi, soprattutto in questo periodo funestato dal Covid e da un’economia a terra, chi lavora e produce, o tenta ancora di farlo, ha davvero altro a cui pensare, ma per il segretario del Pd Nicola Zingaretti rifare per l’ennesima volta la legge elettorale costituisce evidentemente una priorità.

Il leader piddino ha esortato i propri alleati di maggioranza ad impegnarsi affinché almeno una bozza di riforma, sulla quale dovrebbero essere d’accordo tutti i partiti del carrozzone giallorosso, venga approvata alla Camera prima del referendum di settembre sul taglio dei parlamentari. Si tratterebbe di un ritorno pieno al proporzionale, ma senza la ricomparsa delle preferenze, con l’abolizione dei collegi uninominali e una soglia di sbarramento al 5 per cento, temperata tuttavia da non meglio specificate soglie regionali. Pare che Matteo Renzi, pur dicendosi ancora sostenitore del maggioritario e della legge elettorale dei sindaci, voglia discuterne, e qui diventa obbligatoria un’ulteriore considerazione. Le condizioni attuali della politica italiana sono il frutto, oltre che dell’ignorata ridefinizione dei ruoli del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, dell’uso opportunistico e contingente delle leggi elettorali da parte di una politica che non immagina il futuro, ma si occupa soltanto dell’interesse del momento.

Se si va a gonfie vele, elettoralmente parlando, può andare bene una legge dal sapore maggioritario e quasi anglosassone, anche per neutralizzare l’avversario, mentre se si naviga in cattive o comunque insicure acque, è meglio farsi tutelare da un rassicurante proporzionale, per non scomparire. Renzi fa fatica ad arrivare al 3 per cento dei voti e il Partito democratico ha un consenso talvolta ballerino, quindi è meglio lasciar perdere la vocazione maggioritaria ed imbastire l’ennesimo pastrocchio all’italiana.