Morto un capo…

L’intrusione nel Campidoglio di Washington ha ravvivato il coro di litanie con il quale le élite decadenti (politiche e altro) cercano di esorcizzare il probabile avvento in Italia di un governo sovran-popul-identitario, del tutto verosimile atteso il risultato delle elezioni regionali del 2019-2020 e, confermato (addirittura!) dai sondaggi sempre così benevoli verso i (desideri dei) globalisti. Il denominatore comune dei discorsi di deprecazione, riprovazione, condanna, anatema, scomunica di Donald Trump è che: a sobillare i manifestanti e per qualcuno, perfino a creare il populismo sia stato Trump. Il corollario di ciò è che sconfitto Trump il populismo dovrebbe seguire la sorte del creatore; è stato violato il “tempio della democrazia” dai populisti brutti e coatti. Ergo, i populisti non sono democratici. La conseguenza è che non lo sono, per proprietà transitiva, anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Si sa che la sinistra italiana, nei suoi anatemi ha il golpe sempre a portata di mano. Ma, in altri casi (ad esempio il golpe del principe Valerio Junio Borghese) almeno erano golpe fatti con armi e organizzazione, diretti ad obiettivi paganti (ministeri dell’Interno e della Difesa, Rai, Quirinale), perché la loro conquista avrebbe disarmato e soprattutto disorganizzato l’avversario (come insegnava Curzio Malaparte quasi un secolo fa). Nel caso dei trumpiani, l’obiettivo era quello sbagliato; le armi (quelle idonee) del tutto mancanti; anche l’abbigliamento dei golpisti era improbabile, più adatto all’imminente carnevale che alla conquista del potere. L’ormai celebre “sciamano” italo-americano sembrava uscito da un fumetto fantasy. Ciò non toglie che le deprecazioni dei globalisti abbiano, a dispetto degli enormi mezzi di cui dispongono, non molte speranze di fermare la marea sovran-populista crescente. E ciò per due errori di valutazione (a volerli considerare errori). Il primo: legare il successo del sovran-populismo a Trump è invertire, nello spazio e nel tempo, la successione dei fenomeni. La realtà è che è la crescita dell’opposizione sovran-populista al potere globalizzatore a creare i Trump; in America, ma – è decisivo – anche altrove. La tesi globalista non spiega perché tanti leader politici, i quali spesso godono della maggioranza elettorale nel loro paese, sono emersi già assai prima dell’ex presidente degli Usa. Certo, non si può ricondurre al potere (e all’esempio) di questo aver suscitato preventivamente gli “imitatori” europei e sudamericani.

I “cattivissimi” Viktor Mihály Orbán e Jarosław Aleksander Kaczyński sono al governo da parecchi anni prima di Trump; il Fronte nazionale francese (Fn) gode di un vasto seguito da oltre vent’anni e per due volte ha sfidato nel ballottaggio il presidente (poi) eletto; Nigel Farage aveva da anni un larghissimo seguito in Gran Bretagna, così come Boris Johnson, diventato premier subito dopo Trump. Tanto per fare qualche esempio. Che una tendenza così diffusa e duratura sia dovuta a Trump (e in ogni caso a un solo “centro”) è solo una speranza di anime più paurose che belle. La seconda: l’apparenza dell’insorgenza del sei gennaio denota un carattere spontaneo e non riconducibile a qualcosa di organizzato da organi dello Stato. Un acuto giurista come Costantino Mortati vedeva in ciò la distinzione tra colpi di Stato e rivoluzioni. Vedremo se inchieste ed altro chiariranno il contrario. Ma c’è di più: la spontaneità, il ricondursi a un sentimento politico diffuso – assai più esteso numero degli intrusori – ne prova la consistenza e la “solidità” politica e ne può determinare, a lungo andare, il successo. Se la Storia è piena di colpi di Stato riusciti (e non riusciti), a differenziarli dalle rivoluzioni è, non solo quanto scriveva Mortati, ma il fatto che un sentimento politico, diffuso nella comunità dava loro solidità e persistenza. Il Levantamiento spagnolo del 1936 era fallito come golpe, ma riuscì a vincere la guerra civile, sostenuto da parte degli spagnoli. È quindi il sentimento politico, cioè l’intensità della contrapposizione al nemico, a determinare principalmente durata e consistenza dell’insieme politico. Che le ripetute sconfitte dell’Fn in Francia non abbiano sottratto un voto al movimento è segno che è radicato, e in grado di reggere ai “passi indietro”. Alla sconfitta ad opera di Emmanuel Macron, è seguito un movimento di contestazione diffuso (dei gilet gialli), che ha condizionato e condiziona evidentemente le decisioni dello stesso presidente francese. Staremo a vedere.