Sul Corriere della Sera, del 26 febbraio, l’editorialista Antonio Polito firma un interessante articolo dal titolo “Gli eterni ritorni dei primi ministri italiani”. Un Paese, l’Italia, che ha un record mondiale in fatto di presenza di ex primi ministri, ancora viventi, che sono oggi ben 11, ed un record che deteniamo da diverse decine di anni. Perché così tanti ex ministri contro una Germania, ad esempio, che ne ha due?

L’instabilità politica

Perché il nostro sistema politico nasce all’origine con una grave malformazione congenita: l’instabilità. I Governi italiani cadono con una celerità unica al mondo. Facendo la media aritmetica dei governi della Repubblica, dal 1946 ad oggi, si ha un governo ogni 412 giorni. Quindi mediamente un Governo rimane in carica appena più di un anno. Solo Silvio Berlusconi è riuscito a governare, per ben due volte, per più di mille giorni, seguito a breve distanza dal governo Craxi 1 e dal governo di Matteo Renzi. Ma se andiamo anche al passato nel Regno d’Italia la media della durata dei governi non migliora. Solo Benito Mussolini ha imposto il suo Governo per più di 7500 giorni, ma sappiamo anche come vi è riuscito e sappiamo anche che, comunque la sua caduta fu frutto di un tradimento interno al Partito Fascista.

Ed a cosa è dovuta questa instabilità? Al frammentarismo, alla caratteristica tutta italiana di cercare la differenza invece che l’unione, che genera all’interno dei movimenti politici una vocazione settaria che si lega a figure più o meno carismatiche. Pensiamo, ad esempio, alla scissione dei socialisti italiani prima in comunisti ed in seguito in fascisti, perché l’origine dei due movimenti massimalisti è quella. Siamo un Paese che, già prima della caduta dell’Impero romano, aveva iniziato un processo di disfacimento amministrativo e politico, se si pensa ad esempio, allo spostamento della capitale da Roma a Milano e poi in ultimo a Ravenna. Se pensiamo al Medioevo siamo, nel contesto europeo, gli unici con la frammentazione della penisola in Comuni, in lotta tra di loro, favorevoli all’Impero o al Papato, diviso tra guelfi e ghibellini e poi ancora tra guelfi bianchi e neri. La nostra è davvero una storia di un popolo disunito che solo con la Prima guerra mondiale ha trovato, forse, per la prima volta un senso di nazione unitaria.

Ecco allora da dove nasce questa vocazione a dividersi, a non lavorare uniti su un obiettivo comune. Così al bene pubblico si antepone l’interesse particolare di partito, se non addirittura l’interesse “ad personam”. Il partito si frammenta e frammentandosi genera instabilità. Ne abbiamo un esempio chiarissimo se pensiamo alla caduta del governo Conte bis, è mancato l’appoggio di una parte davvero minoritaria per far crollare giù, ed io aggiungo per fortuna, quell’alleanza innaturale, venutasi a creare dopo la fine del precedente governo Conte.

Il senso di rivincita e di riscatto dei perdenti

Polito continua nella sua analisi, parlando di una “sindrome da Conte di Montecristo”, personaggio della grandiosa opera di Alexandre Dumas, che attanaglia tutti questi ex primi ministri. Tutti questi “Edmond Dantès” hanno rassegnato le dimissioni a causa di un tradimento che ha interrotto, in modo innaturale, il loro mandato governativo. E così, proprio come il famoso Conte di Montecristo, i nostri ex primi ministri maturano un forte senso di rivincita, una voglia fenomenale di riscattarsi dal tradimento subito, formando nuove strutture politiche, nuove fazioni pronte a riprendere il potere perso a parer loro ingiustamente. Siamo un popolo che ha nel suo Dna storico il tradimento e la vendetta, siamo la “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni ed i “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo. Amiamo il sussurro maligno, il gesto vile e l’atto eroico, il sangue ed il dolore ed il pianto ed è questo che ci rende forse così speciali e diversi, rispetto agli altri popoli europei. Siamo malati di un forte individualismo, dove l’io egoista prevale su l’operoso “noi”. Sono queste ragioni, più che lo schema normativo, che non permettono all’Italia di avere quella stabilità politica così normale negli altri paesi europei.

L’interesse particolare contro il bene comune

Occorre iniziare a far valere, per il bene comune, il fatto che occorre lavorare su questa instabilità politica che è fautrice di una situazione stagnante in tutti i campi dall’economia alla società ed alla cultura. Occorre rimettere al primo posto del pensiero politico il bene della “res pubblica” e lottare contro il dilagante malcostume del particolarismo e del frazionamento. Per farlo occorre, in questa società liquida, come l’ha ben definita il sociologo polacco Zygmunt Bauman, recuperare gli ideali, i valori forti, a cui ancorare i movimenti politici.

Il compito dei liberali

Ed ecco allora che per noi liberali è importante richiamare e portare agli elettori, che non li conoscono, i valori tradizionali a cui ci richiamiamo. Quelli devono essere il faro che ci guida nel nostro agire e, attraverso quelli, richiamare l’attenzione dell’elettorato. Occorre pensare al programma per un cantiere liberale-Italia ove l’idea si sostanzia in azioni da intraprendere ed a cui rimanere coerentemente legati. Ecco questo è il compito dei liberali, liberarci da tutti gli Edmond Dantès, che minano la politica italiana, risvegliare la voglia di volare in alto, verso i grandi ideali che serviranno a risollevare la nazione da questa situazione di degrado in cui ci ritroviamo. Uniamo questo Paese così diviso, riprendiamo il pensiero dei padri della Repubblica, di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi. E portiamo avanti il nostro dovere di ricostruzione.