In questi giorni Giorgia Meloni è stato oggetto di una serie impressionante di attacchi, perlopiù da parte della sinistra, in particolar modo dopo l’atteggiamento, ritenuto troppo ambiguo, sui fatti del 9 ottobre a Roma, coi militanti di Forza nuova che hanno assaltato e devastato la sede della Cgil, e sull’inchiesta di Fanpage sulla cosiddetta “lobby nera” all’interno di Fratelli d’Italia, con le riprese dell’europarlamentare Carlo Fidanza intento a esibire saluti romani, slogan nostalgici e battute a sfondo antisemita e razzista. In seguito a tutto questo, la presidente del partito è stata accusata di non essere abbastanza incisiva e decisa nel condannare la violenza di stampo fascista; di non avere il coraggio di tagliare definitivamente i ponti con quel tipo di esperienza e di non disdegnare il supporto, in termini elettorali, da parte del radicalismo di destra.

Bisogna ammettere che la reazione iniziale da parte della Meloni non è stata delle migliori, sia nel caso della violenza forzanovista che in quello di Fidanza. Nel primo caso avrebbe dovuto condannare immediatamente la violenza di questi gruppi oltranzisti, e non solo la violenza in generale, come strumento di lotta politica e, possibilmente, come suggerito anche da Gianfranco Fini – stando ad alcune indiscrezioni degli ultimi giorni, trapelate dalla sua cerchia e riportate da La Stampa – sostenere o presentare lei stessa una mozione per lo scioglimento di Forza nuova, in ossequio alle disposizioni costituzionali. Mentre nel caso della “lobby nera”, se da un lato è stato giusto chiedere di vedere i girati per sincerarsi della loro autenticità e pretendere di essere lasciata libera di riflettere e di valutare attentamente la situazione prima di prendere provvedimenti contro uno storico dirigente del partito; dall’altro è stato comunque un modo per rimandare l’inevitabile, dato che Fidanza è stato comunque sospeso dal gruppo dei conservatori europei. L’errore, in entrambi i casi, è stato tentennare, ritardare una condanna e una presa di posizione chiara che, comunque, alla fine c’è stata e doveva esserci.

Questo la Meloni sembra averlo capito: quando si tratta di fascismo, qualunque tipo di vicinanza, accostamento (anche solo mentale o ideale) o simpatia con quel mondo fatto di nostalgici, di teppaglia, di violenti o semplicemente di idioti senza arte né parte, deve essere smentito e bisogna fare in modo che non possa verificarsi. Se Fratelli d’Italia vuole accreditarsi come un moderno partito conservatore, allora non deve avere più nulla a che fare col retaggio del fascismo. Proprio come fatto dai popolari spagnoli, che pure nacquero come movimento che intendeva dare continuità all’esperienza franchista, e ora sono un partito liberale e moderato.

A distanza di dieci giorni dallo scoppio del caso Fidanza, Giorgia Meloni, in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, dichiara apertamente che nel suo partito non c’è posto per i nostalgici del fascismo, del razzismo e dell’antisemitismo; che le leggi razziali furono una parentesi vergognosa della storia italiana e che nel Dna di Fratelli d’Italia c’è il rifiuto per ogni regime. Bene anche il fatto che abbia sottolineato come l’ambiguità nell’additare e condannare gli errori del passato non sia un problema solo della destra, ma anche della sinistra, che sebbene si permetta di dare lezioni di moralità e di pontificare su qualunque cosa, fa anch’essa fatica a fare i conti coi propri trascorsi, non proprio rosei: sono ancora troppi i negazionisti delle foibe, piuttosto che i revisionisti storici i quali negano che i massacri compiuti sotto il regime sovietico, cinese, cubano, cambogiano o rumeno abbiano avuto la rilevanza che comunemente viene loro attribuita. Da qui il giusto rifiuto della Meloni di accettare prediche dalla sinistra.

Per il resto, la presidente di Fratelli d’Italia ricorda che negli anni ha cercato di fare del suo meglio per allontanare dal suo partito ogni possibile rigurgito o nostalgia, chiedendo ai dirigenti locali la massima severità: i nostalgici e gli estremisti sono un’arma nelle mani della sinistra – dice la Meloni – che li usa per mobilitare il suo elettorato paventando un “pericolo nero”. Arriva a definirli “utili idioti” e promette espulsioni nei riguardi di chiunque, anche in maniera folkloristica o goliardica, faccia riferimenti a quel passato. Tuttavia, è in occasione del ricordo del rastrellamento compiuto dai nazisti al ghetto ebraico di Roma, il 16 ottobre 1943, che Giorgia Meloni ha usato le parole più dure. Inizialmente, era prevista una sua visita al monumento in onore dei deportati, ma le è stato chiesto da Ruth Dureghello in persona – la preside della comunità ebraica romana, che con la Meloni sembra coltivare una sincera amicizia e una profonda stima reciproca – di non partecipare direttamente all’evento per non dare adito a polemiche e proteste, dal momento che l’opportunità della sua presenza ha suscitato qualche resistenza e malcontento all’interno della stessa comunità ebraica. Al che, la Meloni ha deciso comunque di commemorare il nefasto avvenimento con un post in cui ha ricordato le vittime della “furia nazifascista”, sottolineando al tempo stesso il dovere del ricordo di quell’orrore e definendo quello il momento “più basso” della storia italiana.

Questa è la Meloni che ci piace e che vogliamo. Quella che usa tutto il suo carattere (che certo non le manca) nel fare chiarezza, nel prendere le distanze dai buffoni e dai beceri e nel contribuire a dare un’immagine della destra più fedele a quello che essa dovrebbe essere: la guardiana delle istituzioni e della moderazione, non una sobillatrice di piazza. A questo punto, c’è da augurarsi che questa determinazione da parte di Giorgia Meloni e della dirigenza di Fratelli d’Italia nel condannare ogni manifestazione di intolleranza e di radicalismo vada via via rafforzandosi e che si proceda all’epurazione (termine forte, lo so, ma necessario in alcuni casi) nei riguardi di tutti coloro (gli utili idioti, per usare le parole della leader) che sembrano fatti apposta per infangare l’immagine della destra italiana; per farla apparire come un consesso di bigotti, di ignoranti e di fascisti e per dare adito a polemiche il più delle volte sterili e strumentali.

Il principio che deve essere stabilito una volta per sempre è che, in un vero partito conservatore, la libertà dell’individuo rispetto a qualunque coercizione è quanto di più sacro possa esistere e che solo il merito e le qualità personali possono essere un ragionevole criterio di distinzione e di differenziazione tra i singoli. Di conseguenza, non può essere lasciato alcuno spazio a chi sostiene la necessità di comprimere quella libertà, di violarla, di limitarla arbitrariamente o che non mostra nei suoi riguardi il dovuto rispetto. Di casi, in questi anni, ce ne sono stati fin troppi: il lavoro da fare è tanto e si prospetta assai arduo. Ma è necessario, affinché, anche in questo Paese, possa esistere una destra autenticamente liberale, costituzionale e schierata saldamente in difesa dei valori democratici.