Clean leave, Dirty remain: la finta Polexit

Quanti modi ci sono per uscire dall’Unione? Secondo The Economist del 16 ottobre, c’è da un lato il Clean Leave della Brexit di Boris Johnson e, sul fronte opposto, il Dirty Remain della Polonia di Mateusz Morawiecki. Nel primo caso, sono stati proprio i Brexiters nostalgici dell’impero coloniale perduto a fare le spese di un divorzio precipitoso, trovandosi oggi a corto di merci, carburanti e cure mediche perché, all’improvviso, camionisti, medici e sanitari che erano cittadini europei sono diventati stranieri senza più il diritto al permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Domani potrebbero essere i loro omologhi polacchi, i Polexiters a fare la stessa fine, una volta che dovessero prosciugarsi per ritorsione i fondi strutturali europei e gli ingenti aiuti del Next Generation Eu.

Perché, pur in assenza di una vera e propria Costituzione europea, già naufragata nel 2005 per il “No” dei francesi, che ne avevano bocciato con referendum la relativa approvazione, molte Corti Costituzionali europee, interpellate in merito, hanno sempre sostenuto (con una parziale eccezione di quella tedesca, per un particolare aspetto del Quantitative Easing) la prevalenza del diritto europeo sulla legislazione nazionale. Regolamenti e direttive europee, pertanto, debbono essere recepite dai Parlamenti nazionali con le modalità previste dai trattati. Fino ad oggi nessuno ha osato mettere in discussione tale principio fondante dell’Unione che ne fa, di fatto, uno Stato parafederale, ma senza dirlo esplicitamente.

Tutti, meno la Polonia (e, ancora prima, ma in modo più soft, l’Ungheria), la cui Corte Costituzionale ha sentenziato che no, per certe materie legate all’identità nazionale polacca prevale il diritto interno su quello comunitario. Praticamente, una bomba atomica innescata nel cuore stesso dell’Unione europea! Ora, si capisce bene che se un simile punto di vista divenisse patrimonio comune e condiviso, si avrebbe un’Europe à la carte e di conseguenza Bruxelles, con le astruse norme che regolano perfino la lunghezza dei cetrioli, dovrebbe chiudere i battenti. Ma, per fortuna degli euroburocrati (che se fossimo in America sarebbero licenziati su due piedi dal Presidente in carica!), c’è la cassaforte di Francoforte e il debito comune in emergenza (i famosi eurobond) a rappresentare una formidabile arma di ricatto contro chi voglia mettere in discussione i famosi poteri forti della finanza e del business internazionali. Quindi, poiché (secondo i sondaggi) la maggior parte degli elettori polacchi sono per il Remain, la soluzione è costringere gli altri a cacciarti. Un bel problema, come abbiamo visto in precedenza con il caso ungherese, poiché, grazie alla farraginosità dei Trattati, la cosa non la si può decidere a maggioranza semplice, e lo schieramento (eventualmente contraffortato anche dall’Austria) dei Paesi dell’Est Europa che si riconoscono in Visegrad boicotterebbe un’eventuale iniziativa di espulsione concertata tra Parlamento di Strasburgo e Consiglio europeo.

Di qui nasce il temutissimo effetto domino: se le corti europee iniziassero a diffidare delle loro omologhe polacche, l’intero sistema legale della Ue ne risulterebbe irrimediabilmente compromesso. Volendo esemplificare, un mandato di arresto europeo potrebbe non essere preso in considerazione dalla giurisdizione polacca, come pure una autorizzazione bancaria garantita in un Paese membro verrebbe meno in un altro. Nel tempo, in questo modo, non potrebbe più essere garantito all’interno dell’Unione il libero movimento di persone, beni e capitali.

Per di più, se un Governo europeo si sentisse legittimato a non rispettare o disapplicare una sentenza della Corte di giustizia europea (Cge) senza subire sanzioni, allora di sicuro qualcun altro potrebbe essere tentato di seguire la stessa strada. In questo caso, una crisi costituzionale avrebbe gli stessi effetti di una crisi finanziaria come quella del 2008, destabilizzando dall’interno l’Unione europea. Ovviamente, Bruxelles tenta di aggirare lo scoglio delegittimando la Corte Costituzionale polacca per la sua mancanza di indipendenza dall’Esecutivo di Varsavia a cui gli stessi giudici costituzionali debbono la loro nomina. E sarebbe proprio questa mancata autonomia del giudiziario dal potere governativo a delegittimare la sua recente pronuncia di incostituzionalità di alcune, fondamentali norme del diritto comune europeo.

Poiché i “27” hanno a suo tempo condiviso nel summit del Consiglio Europeo del 2020 il principio che l’aiuto finanziario della Ue presuppone il rispetto dello Stato di diritto, è chiaro che in assenza di quest’ultimo Bruxelles sia legittimata a sospendere gli aiuti al Paese inadempiente. Per la maggior parte dei tribunali europei, del resto, i trattati rappresentano la norma suprema alla quale, in condizione di difformità, si debbono adeguare le Costituzioni dei Paesi membri. Intanto, è proprio sul contrasto all’immigrazione illegale che si gioca la vera partita politica interna all’Europa. Per il momento, Bruxelles ha varie frecce nel suo arco da poter utilizzare per cercare di mettere alla corda Varsavia, obbligandola a rimettere in discussione la recente sentenza della sua Corte Costituzionale. Le principali sono tre: avvio di una procedura d’infrazione che obblighi il Governo polacco a comparire dinnanzi alla Cge; la sospensione del versamento dei fondi strutturali europei (si tratta di qualcosa come 130 miliardi di euro per i prossimi sei anni!) per il mancato rispetto dello Stato di diritto; attivazione delle previsioni dell’art. 7 del Trattato di Lisbona che consentono al Consiglio Europeo di escludere uno Stato membro dall’esercizio del proprio diritto di voto. Opzione quest’ultima abbastanza impraticabile, visto che per la sua adozione occorre il voto favorevole degli altri 26 Paesi membri!

La difesa ufficiale del premier polacco ha seguito la usuale linea sovran-populista per cui: “L’Unione europea non è uno Stato, mentre lo sono gli altri 27 Paesi membri dell’Unione! Loro, i 27 Stati europei, sono i facitori dei Trattati, stabilendone l’entità e l’estensione delle competenze affidate all’Unione”. La risposta di Manfred Weber, capogruppo del Ppe, non si è fatta attendere: “Può ben darsi che la Polexit non sia lo scopo della vostra politica, ma chiunque di fatto rigetti la supremazia del diritto europeo si pone di fatto al di fuori della nostra comunità”. Questi i termini della questione. Ma l’impressione è che, per necessità, ancora una volta si cercherà un compromesso incardinandolo su di una qualche clausola di opt-out, per quanto riguarda materie non strettamente vitali per la sopravvivenza stessa della Ue. Ma la bomba atomica rimarrà ormai sempre là, adagiata nelle acque profonde della mancata identità europea e in attesa di attivazione.