L’Unione europea: l’altra faccia della medaglia della Cina

“Che siano di diritto divino o di origine popolare, tutti i dittatori e tutte le dittature presentano considerevoli analogie nei loro metodi e nella loro ragion d’essere”: così ha giustamente constatato Boris Souvarine evidenziando un dato storico ineludibile, cioè la similitudine tra tutte le dittature, sia nei mezzi che esse utilizzano per instaurarsi e rimanere al potere, sia nei fini che esse perseguono in ragione della propria natura. Una delle caratteristiche principali dei sistemi non democratici, dittatoriali o totalitari, consiste proprio nell’auto-rappresentazione di sé che tali sistemi possiedono, nel senso per cui nessuno di essi si concepisce come sistema antiumano, ma anzi rivendica per sé l’autentica escatologia socio-politica attraverso la quale si può adempiere il destino di libertà e prosperità che spetta all’umanità in genere e ai propri seguaci in particolare. Si pensi, in questo senso, al totalitarismo sovietico che ha sempre rappresentato se stesso come il paradiso dei lavoratori, cioè il momento storico-politico in cui l’umanità ha potuto raggiungere la libertà e l’uguaglianza sconfiggendo ogni disarmonia e ogni rivalità sociale. Si pensi anche al totalitarismo nazionalsocialista che su base razziale ha inteso se stesso come il ponte di lancio di un Reich millenario che avrebbe dovuto offrire alla razza eletta, alla razza superiore, alla razza ariana un futuro di pace e prosperità.

Nessun sistema realmente totalitario, insomma, accorda spazio a quel principio di riserva fallibilistica che, invece, assume così tanto rilievo in un contesto democratico, perché i sistemi totalitari per definizione si auto-impongono come sistemi del tutto infallibili. Su questa base vi sono delle analogie e delle similitudini tanto evidenti quanto inquietanti tra la Cina e l’Unione europea.

L’argomento è senza dubbio molto complesso e richiederebbe più ampia e approfondita trattazione, ma in questa sede si possono tracciare le linee generali della questione. Prima emergono le analogie incrociate tra la Cina e l’Unione europea. La Cina, infatti, è un sistema socialista, che, tuttavia, nell’era della globalizzazione si avvale degli strumenti del capitalismo per continuare a difendere il proprio ruolo di superpotenza industriale nello scenario internazionale. Dal canto suo l’Unione europea è un sistema capitalista che, però, si avvale degli strumenti del socialismo per imporre un’etica e una scala di valori di matrice radicalmente socialista, sebbene aggiornata nella chiave individualistica tipica del XXI secolo. La Cina possiede una rigida impalcatura ideologico-burocratica tramite la quale sostiene e governa l’economia e l’intera società.

L’Unione europea, per parte sua, anch’essa dotata di una elefantiaca struttura burocratica, si avvale degli strumenti finanziari come mezzo di applicazione e controllo della propria ideologia unionista, cioè appunto l’europeismo inteso quale sintesi di politiche economiche di matrice capitalista e di politiche sociali di matrice socialista. La Cina conserva l’unitarietà del proprio sistema tramite il noto utilizzo di metodi repressivi, mentre l’Unione europea conserva l’utilizzo di alcuni metodi repressivi attraverso il sistema della propria unitarietà. Oltre le suddette analogie incrociate fin qui considerate, le quali sono già di per se stesse sufficienti per cominciare ad indagare la realtà dell’Ue più profondamente di quanto non si faccia tramite il mainstreaming su di essa corrente, occorre adesso prestare attenzione alle sostanziali identità tra il regime cinese e quello europeista.

In primo luogo: sia in Cina che in Ue l’uomo, come in tutti i sistemi fondati soltanto sul materialismo economico (sia esso di matrice capitalistica, sia esso di matrice socialista), è ridotto a mero meccanismo del ciclo economico-produttivo, rilevando più per le sue capacità di generare risorse economiche che per la sua sostanziale dignità di persona. In secondo luogo: in entrambi i sistemi vige una sottostante prospettiva materialista della vita umana. Se in Cina, in nome dell’ateismo di Stato, la visione trascendente dell’esistenza è bandita, o quanto meno mal tollerata, nell’Unione europea, in nome del pluralismo e di una equivocata concezione della laicità (che sublima in laicismo) e della tolleranza, la radice spirituale in genere e giudaico-cristiana in particolare dell’Europa è malvista, quando non addirittura radicalmente negata. In fondo, se in Cina l’essere umano per rivelarsi cittadino leale deve rinunciare alla propria costitutiva vocazione spirituale, nell’Unione europea gli Stati e i popoli devono abdicare alla propria fondazione cristiana per essere leali nei confronti del pluralismo unionista.

In terzo luogo: tanto il sistema politico della Cina, quanto quello dell’Unione europea sono sostanzialmente basati su una prospettiva di carattere utopico: se in Cina la pace sociale sarebbe stata assicurata dalla vittoria del socialismo senza e dopo il quale non è contemplabile alcuna ulteriore prospettiva storica, nell’Unione europea la pace tra gli Stati sarebbe stata assicurata dall’unionismo monetario e commerciale senza il quale non sarebbe concepibile alcun tipo di relazione pacifica tra gli stessi. In quarto luogo: la vita politica cinese è, come risaputo, caratterizzata da un rigido verticismo, come è tipico dei regimi fondati sul socialismo reale, con una partecipazione alla vita politica da parte dei singoli cittadini del tutto formale, fittizia, se non addirittura “indotta”. Nell’Ue, del resto, attraverso l’eleggibilità del Parlamento europeo, si garantisce una simulazione di partecipazione democratica, sebbene poi le decisioni effettive siano assunte da organi come la Commissione e la Bce che sono del tutto sprovviste di quel carattere di rappresentatività tipico delle istituzioni democratiche classiche, rivelandosi così che anche la politica dell’Ue è sostanzialmente verticistica. In quinto luogo: sia in Cina che nell’Ue – nonostante le comuni e altisonanti dichiarazioni ufficiali e le numerose documentazioni giuridiche che si impegnano a garantire formalmente la libertà – sono mal tollerati il dissenso e anche la semplice divergenza rispetto alla linea ufficiale verticisticamente imposta sui più vari argomenti (economia, fiscalità, industria, politica estera, sicurezza, immigrazione, temi bioetici, giustizia).

In questa direzione, si pensi al discredito pubblico in cui si incorre in entrambi i sistemi: in Cina i dissidenti sono definiti “nemici del popolo e della Repubblica Popolare”, mentre in Ue i dissidenti sono bollati come “pericolosi sovranisti” e sottoposti alla gogna mediatica. In conclusione: sotto lo sfarzoso mantello della democrazia e dello Stato di diritto di cui l’Unione europea solennemente si riveste sul palco internazionale e della storia, vi sono molti di quegli stessi sbrindellati cenci che con difficoltà ricoprono la sagoma totalitaria e anti-umana del regime cinese; bisogna soltanto comprendere se l’Ue intenderà nel prossimo futuro intraprendere una strada diversa da quella fino ad ora percorsa o se, invece, intenderà consolidarsi nei suoi errori diventando semplicemente un superfluo emulo della Cina, del tutto a questa identica, tranne che per la bandiera blu.