Sfuma l’ipotesi del gruppo sovranista a Bruxelles

Sembra essere tramontata la possibilità di dare vita al gruppo unitario dei sovranisti al Parlamento europeo: progetto per il quale il leader della Lega, Matteo Salvini, e la presidente del Rassemblement National francese, Marine Le Pen, avevano profuso un certo impegno e buona parte delle loro speranze di essere più influenti nella politica europea. La ragione di ciò sembrerebbe essere il diniego da parte di Fratelli d’Italia e dei polacchi di Diritto e Giustizia – partito dell’attuale premier Mateusz Morawiecki – i quali hanno scelto di restare nel gruppo dei Conservatori e Riformisti, il quale riconferma Raffaele Fitto e Ryszard Legutko come co-presidenti del gruppo ed è stato fortemente rinfrancato dalla vittoria, in Repubblica Ceca, di Petr Fiala, leader del Partito Democratico civico, membro del gruppo a Bruxelles. Tale decisione arriva proprio a ridosso dell’incontro tra le forze sovraniste a Varsavia, al quale Matteo Salvini – per ripicca, si dice – avrebbe deciso di non partecipare, annunciando un tour alternativo nelle principali capitali europee.

La prospettiva di un gruppo unico delle forze di destra in Europa si infrange così sulle rivalità interne alla destra europea e sulla diversità di strategie relativamente alla politica comunitaria e alla geo-politica. Nello specifico, il Parlamento europeo si accinge a eleggere il nuovo presidente dell’Assemblea a gennaio, quando scadrà il mandato di David Sassoli. Al suo posto, i Popolari vorrebbero mettere la maltese Roberta Metsola, esponente di punta della formazione di centrodestra europea e già vicepresidente vicario del Parlamento di Bruxelles. Probabilmente, una parte dei Popolari spera di trovare una sponda in qualche sovranista, non potendo contare sull’appoggio dei Conservatori, i quali hanno già un loro candidato: il polacco Kosma Zlotowski. Di conseguenza, i Popolari – in primis Antonio Tajani – tornano di nuovo a tendere la mano alla Lega, specialmente ai “moderati” guidati da Giancarlo Giorgetti. Se qualcuno, e mi riferisco alla Lega – dice il coordinatore di Forza Italia e vicepresidente del Partito Popolare europeo – decidesse di volersi avvicinare al Ppe, noi faremo di tutto per aiutare questo avvicinamento. Come a dire: “Venite, c’è ancora posto per voi, se volete”.

Per il momento, Matteo Salvini resta fermo sulle sue posizioni e insiste sulla possibilità di creare un blocco sovranista, capace di essere determinante nei processi di policy making comunitari. Sebbene abbia dichiarato che sia necessario impegnarsi per un centrodestra vincente e alternativo alla sinistra, in Italia come in Europa, superando paure ed egoismi di partito, sembrerebbe non essere per nulla intenzionato a desistere dal progetto che lo accomuna all’amica Marine Le Pen. Nel frattempo, continua a guardare con interesse ai Paesi dell’Est, in particolare a Fidesz, partito del premier ungherese Viktor Mihály Orbán, il quale però non disdegna la “corte” di Giorgia Meloni, che lo vorrebbe nel gruppo dei Conservatori.

Se Sassoli decidesse di ricandidarsi, è evidente che ai Popolari per eleggere la loro candidata servirebbero molti più voti di quelli di cui dispongono attualmente. Sulla sponda destra ci sono proprio quelli dei sovranisti, che difficilmente – sempre per motivi di rivalità interna – potrebbero convergere sul candidato dei Conservatori. Mentre più verso il centro ci sarebbero quelli di Renew Europe, gruppo dei liberal-democratici, che avrebbero già dichiarato di non essere disposti a votare di nuovo Sassoli, sebbene si attenda l’incontro tra quest’ultimo e il presidente francese, Emmanuel Macron – “azionista di maggioranza” del gruppo – prima di mettere una pietra sull’ipotesi della riconferma dell’attuale presidente dell’Europarlamento.

Il dato che emerge è una competizione sempre più serrata tra le due forze più a destra del Parlamento europeo: i sovranisti (al momento riuniti in Identità e Democrazia, di cui fa parte anche la Lega) e i conservatori (a guida meloniana, ma con un’anima fortemente polacca). Difficilmente i due schieramenti riusciranno a mettere da parte l’antagonismo per fondersi in un unico soggetto: non tanto per una diversità di posizioni e obiettivi – che, al contrario, sono abbastanza simili, specialmente ora che il vecchio spirito “british” e fortemente thatcheriano dei Conservatori ha sostanzialmente ceduto il passo al “kaczińskismo” – ma perché ciascuno dei due intende stabilire il suo primato sulla destra europea. In secondo luogo – e questo è un fattore che raramente viene considerato dagli analisti – i polacchi giudicano le posizioni della Le Pen e di Salvini troppo filo-russe e putiniane: la storica inimicizia tra le due nazioni rende i polacchi diffidenti nei confronti di chiunque guardi con simpatia – più o meno velata – ai russi e ai loro sodali.

C’è da chiedersi cosa faranno, rispettivamente, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, pubblicamente alleati, ma privatamente rivali e intenti a cercare di primeggiare l’uno sull’altra, anche e soprattutto in Italia. La Meloni non muoverà un passo, oggi come in futuro, per operare una fusione tra sovranisti e conservatori, restando saldamente ancorata a questi ultimi e facendo del suo meglio per impedire che un blocco sovranista possa essere concorrenziale rispetto alla proposta conservatrice. Ergo, si darà da fare per convincere quanti più leader della destra europea, Orbán in primis, ad aderire al suo gruppo. Più complicata, invece, la situazione di Salvini: sfumata l’ipotesi del gruppo sovranista (magari con un presidente leghista) non ha senso continuare a inseguire una prospettiva che appare sempre più remota e impraticabile. Al tempo stesso, è impensabile anche l’adesione della Lega ai Conservatori, poiché questo assoggetterebbe il Carroccio e il suo leader al suo più importante competitor, determinandone così la subalternità (anche solo nell’immaginario collettivo italiano). Di conseguenza, a Salvini non rimane che scegliere tra due possibili strade: restare coi lepenisti e mantenere in vita Identità e Democrazia, che però ha dimostrato di non essere in grado di influenzare la politica europea e che si trova in stato di sostanziale isolamento ed emarginazione dall’arco costituzionale comunitario; oppure entrare a far parte del Partito Popolare europeo.

In quest’ultimo caso non si porrebbe il problema dell’antagonismo con Forza Italia: al contrario di Fratelli d’Italia, si tratta di un partito in palese affanno e con una leadership “calante”. Ragion per cui la Lega potrebbe benissimo – con questa manovra – accreditarsi come il nuovo partito della destraistituzionale” italiana e ottenere così quella credibilità e quella “rispettabilità”, in ambito comunitario, necessaria per governare, specialmente uno dei “pilastri” dell’ordine europeo come l’Italia. Inoltre, questo farebbe uscire la Lega dall’isolamento e le permetterebbe di essere più influente a Bruxelles: e tale “aumento di peso” non potrebbe non avere ripercussioni anche in Italia. Basterebbe un piccolo ulteriore sforzo: del resto, il grosso del lavoro è già stato fatto, con la sconfessione degli euroscettici, l’appoggio al Governo Draghi che non viene mai fatto mancare (anche quando ciò suscita qualche “mal di pancia”) e il progressivo e graduale spostamento su posizioni sempre più “gaulliste” che non “lepeniste” (se così si può dire).