Giocatori di scacchi

La sfida è tra neri e bianchi. Silvio Berlusconi e Mario Draghi, quindi, sono i corrispettivi due Re o viceversa. La corsa per il Colle, in altre parole, è una partita a scacchi. Berlusconi, ad esempio, fin dal primo momento e con tutta evidenza, sta giocando la sua partita a scacchi con lo scopo di portare al Quirinale il suo candidato. Ovviamente, al contrario di quanto si è sentito dire e ripetere per giorni, non è lui stesso il suo candidato, non lo è mai stato. Berlusconi – secondo me – non si è candidato con l’obiettivo di salire sul Colle più alto, ma il candidato del leader di Forza Italia non è nemmeno Mario Draghi. E questo presupposto spiega tante cose. Infatti, giustamente, l’ex Cavaliere vuole che l’attuale presidente del Consiglio resti a Palazzo Chigi. In questo momento, infatti, non c’è nessuno che possa prendere il posto di Draghi e che sia in grado di sostituirlo alla guida del Governo. Per mille ragionevoli e saggi motivi. Sarebbe, comunque, una scelta al ribasso e sarebbe un sicuro danno per l’Italia. Quindi, come bloccare Draghi, che da un anno è il candidato numero uno per il Colle più alto?

Se i partiti politici non trovano un ampio consenso trasversale per Draghi, nelle prime tre “chiame”, dalla quarta “chiama” in poi Draghi rischia lo scacco al Re. In tal caso, a dare scacco potrà essere la Regina, un Alfiere, una Torre o un Cavallo. Draghi sta pensando di ricorrere all’Arrocco, cioè spostarsi al Quirinale e mettere una sua Torre a Palazzo Chigi. In realtà, tutti devono evitare di fare scacco matto perché, sennò, crolla tutto e il gioco finisce e vanno tutti a casa. Berlusconi, insomma, sta lanciando la volata a un altro candidato che, al momento, resta coperto. Berlusconi si è candidato al Quirinale per congelare i voti del centrodestra e fare, insieme a Forza Italia, la mossa vincente per il suo candidato. Ora che ha rinunciato, facendo un passo di lato, potrebbe scegliere di andare, più logicamente verso altri pretendenti al trono. Anzi, verso il suo candidato, ma è ancora troppo presto.

Sappiamo bene che i partiti hanno scelto di sopravvivere quando hanno accettato Mario Draghi come presidente del Consiglio. Sopravvivere per evitare la catastrofe. È stata una scelta necessaria e i Partiti hanno fatto benissimo a unirsi per sostenere un Governo guidato da Draghi. È stato giusto e necessario. Ovviamente, per la partitocrazia, non è stata una scelta indolore. Con Mario Draghi, infatti, i partiti si sono legati le mani, si sa, ma lo hanno fatto per evitare il disastro e per non morire. Era la cosa giusta da fare. Ora, però, per i Partiti, mandare l’attuale presidente del Consiglio al Quirinale e ritrovarsi con Vittorio Colao oppure Daniele Franco o Marta Cartabia o un prestanome di Draghi o un altro tecnico a Palazzo Chigi significherebbe consegnarsi mani e piedi e decretare la propria fine, per arrivare alle elezioni politiche nel peggiore dei modi e lasciare così a Fratelli d’Italia e a Giorgia Meloni un’autostrada libera verso il successo. Tutti gli altri scomparirebbero o quasi. Inoltre, un Governo siffatto non reggerebbe o, peggio, non avrebbe una maggioranza qualificata. Insomma, Draghi deve restare a capo del Governo e, comunque, per la loro stessa sopravvivenza, i Partiti non possono votarlo per il Colle più alto. E risolvere il rebus del Governo, privo di Mario Draghi, sarebbe per le forze politiche sedute in Parlamento, assai più difficile che trovare un candidato per il Colle.

In altre parole, seguendo la metafora sugli scacchi, potrei specificare che, sul fronte dei pezzi che si muovono accanto a Mario Draghi, c’è sicuramente Marta Cartabia, che è la Regina dei bianchi; dall’altra parte, Giorgia Meloni è la Torre; il candidato di bandiera del centrodestra sarà un Alfiere; Matteo Salvini, invece, è un Cavallo (pazzo). Matteo Renzi può essere o rappresentare l’altro Cavallo, se visto in un ruolo nel campo del centrodestra, oppure l’Alfiere del centrosinistra. La candidatura coperta di Berlusconi per il Quirinale è l’altra Regina. Enrico Letta è uno dei due Cavalli del campo di Draghi; Giuseppe Conte è l’altro Cavallo del centrosinistra; Pier Ferdinando Casini è l’altra Torre nel campo del centrodestra, Colao e Franco sono le due Torri del campo di Mario Draghi.

E potrei andare avanti così. Ma le due squadre, in realtà, non sono così chiare e definite, anzi: si mescolano, si confondono, si scambiano. Del resto, per il Quirinale, è necessario eleggere un Garante della Costituzione, cioè qualcuno che sappia raccogliere un consenso trasversale. Insomma, serve un candidato che garantisca anche i partiti e che sia un Garante della Costituzione, caratteristiche che mancano a Draghi, perlomeno al momento. Serve sicuramente una figura di alto profilo, autorevole, stimata a livello internazionale, capace di rappresentare l’unità nazionale, europeista e filo-atlantico, che conosca molto bene i giochi della politica e che, però, aspetto fondamentale e ineludibile, che sia una garanzia anche per Mario Draghi a Palazzo Chigi. Come lo è stato, finora, il presidente Sergio Mattarella.