Draghi al centro e il paradosso del barbiere

Come giocarsi Mario Draghi a testa o croce. Tutto previsto; tutto scontato. Una politica terremotata (per colpe esclusivamente sue!) dall’esito del voto sul presidente della Repubblica non poteva che produrre drammatici movimenti di faglia, per cui i continenti ideologici di un tempo tendono oggi a scorrere l’uno sull’altro, fino a miscelarsi nell’indifferenziamento. Così, da un lato, la faida Conte-Di Maio in seno ai Cinque stelle ha un effetto smobilitante sulle loro truppe allo sbando e divise, con il risultato di rovesciare il tavolo appena nato delle prove di convivenza (anche e soprattutto elettorale) tra grillini e Pd, a seguito dell’ammaloramento, grave e prematuro, del principale pilastro di sostegno pentastellato. Dall’altro, invece sul versante opposto di centro destra, una guerra di parole, con idee semplicemente inesistenti a porre le basi di un’azione comune, precostituisce un confronto serrato pre-elettorale per la conquista di elettori che gravitano nella stessa area. E tutto ciò avviene senza la formulazione ragionevole di una proposta politica nuova, in grado di sottrarre voti alla base elettorale altrui, o di ridurre la fortissima componente dell’astensionismo. E qui nasce il paradosso Draghi, metà fauno e metà cervo, per cui non si può stare né con lui, né senza di lui. Lo si è lasciato a Palazzo Chigi (mossa favorita da chi, in buona sostanza, non lo voleva al Quirinale, o lo temeva molto di più in quel ruolo rispetto all’attuale), ma ora non si sa più né come tenercelo, né come mandarlo via.

Infatti, nel primo caso (assicurargli lealtà e stabilità per tutto l’anno in corso fino a primavera 2023), quasi tutti i Partiti della coalizione hanno molto da perdere e nulla da guadagnare, dovendo sostenere riforme istituzionali (giustizia, fisco, scuola, pubblica amministrazione) tutte lacrime e sangue, che vanno direttamente a impattare sugli interessi diretti delle proprie constituencies. Invece, al contrario, liberarsi di Draghi significa infilarsi diritti nel default dato che, senza di lui, Colao e Franco, sarà molto difficile, se non impossibile, portare a casa le risorse finanziarie messe a nostra disposizione dal Recovery Fund (Next Generation Eu) europeo. Tanto più che si avvicina lo spettro sia dell’aumento dei tassi di interessi da parte della Bce, sia della risalita rapida degli spread e della fine delle politiche di Quantative Easing da parte della stessa Banca centrale. Intanto, da anni, a partire dal 2018, il sistema politico italiano si avvita sempre di più nei suoi paradossi e drammatiche contraddizioni. Sarà sufficiente ricordare che a ridosso delle elezioni del 2018, sia prima che dopo, Partiti oggi alleati si guardavano in cagnesco e si dicevano tutto il male possibile gli uni degli altri, arrivando persino a insulti infamanti, tipo “i mostri di Bibbiano”, con cui i Cinque stelle si rivolgevano a quelli del Pd.

Questi ultimi, invece, gratificavano Di Maio e soci di ogni genere di epiteti feroci, per poi farci addirittura due governi assieme, fino ad arrivare oggi a proporre loro future alleanze elettorali organiche per il 2023. Morale: alla barcaccia politica italiana manca da tempo sia la Dignità che la Bussola: quali sono, infatti, le strategie a medio-lungo termine delle due principali famiglie politiche? E qui ci troviamo nel punto di sella (comunque vada, non si può che scivolare da una parte o dall’altra!): ci salviamo se Draghi governa fino al 2026, ma dal 2023 è impossibile che possa governare, perché non possiamo essere governati (commissariati) per ancora tre anni da un tecnico. Perché, poi, se così fosse, questo avrebbe il sapore amarissimo di un vero e proprio esproprio della responsabilità politica: il che è davvero molto difficile sia da immaginare sia da digerire per chi si veda consegnato dall’elettorato il bastone e l’onere del comando. Onde per cui i vincitori del 2023 saranno posti di fronte alla scelta obbligata di assumere in proprio la responsabilità di governo! Richiamare in servizio Draghi subito dopo le future legislative, infatti, sarebbe un’ammissione esplicita di fallimento, peggiore di quella che ha condotto un impotente sistema politico, paralizzato da liti e faide interne, a riconfermare Sergio Mattarella al Quirinale. Per Mario Draghi si apre, quindi, la voragine logica del paradosso del barbiere, per cui, nel definirne il mestiere, si utilizza l’allocuzione di “colui che fa la barba a tutti coloro che non se la fanno da soli”. Da qui ne viene fuori che il povero barbiere fa la barba a se stesso solo e soltanto se “non” fa la barba a se stesso. Indovinala Grillo.

Nel caso di specie, Draghi può governare solo e soltanto se fa parte della politica ma, come tecnico super partes, “non” deve fare parte della politica per governare. Questa è la sua doppia, contraddittoria natura che, con ogni probabilità, genererà La Notte dello Scontento nei presunti Mangiafuoco (la finanza speculativa globale; gli nomi di Bruxelles; le Banche centrali mondiali; e così via sragionando) che, invece, per continuare a investire sul nostro Leviatano del mostruoso debito pubblico vogliono, ci impongono (legittimamente) precise garanzie di solvibilità e di stabilità, favorendo così implicitamente la riconferma del mediatore Mario Draghi. Purtroppo, l’attuale fenomeno di “skyrocket” (“partenza a razzo”) dei costi delle materie prime e dell’energia, sarà nel breve-medio periodo il vero killer della crescita del Pil, che è poi il solo modo che abbiamo per tenere in gabbia il nostro Leviatano domestico.

Infatti, alla rapida espansione della risalita post-pandemica dei prezzi al consumo, qualora il fenomeno non si dimostrasse di breve durata, è destinata a seguire nell’immediato un’analoga crescita dell’inflazione e la contemporanea, forte e duratura contrazione della spesa e dei consumi delle famiglie. E, sfortunatamente, l’evoluzione della crisi ucraina non lascia presagire niente di buono in tal senso dato che, fin da ora, la strategia di Putin di affamare energeticamente l’Occidente ha già vinto per metà la sua decennale sfida alle democrazie. 

C’è una soluzione al paradosso draghiano? No, perché in una democrazia chi vince le elezioni e ha i numeri per sostenere con una propria maggioranza parlamentare autonoma un suo presidente del Consiglio, ha il diritto a chiedere l’attribuzione del relativo mandato al proprio Leader. Pertanto, il presidente della Repubblica non potrà che assecondarne la volontà dato che, evidentemente, in alternativa, non potrebbe mai mandare allo sbaraglio anche il migliore degli italiani, ben sapendo a priori che il Parlamento lo boccerà. Il paradosso sta tutto qui: per governare dopo il 2023 Draghi ha bisogno che, a priori, i Partiti (tutti o, almeno, quelli che stanno nell’attuale Große Koalition) si impegnino dopo quella data a ri-proporre a Mattarella il nome dell’attuale presidente del Consiglio per il Governo che entrerà in carica nella prossima primavera, sempre che l’autunno-inverno del 2022 non ci regali una quinta, devastante gobba della pandemia prolungando così uno stato di emergenza denso di incognite sociali e politiche.

Il Tertium sarebbe “datur”, ma significherebbe che alle prossime legislative Mario Draghi facesse, come allora fece Mario Monti, un Partito nuovo di zecca tutto suo, coagulando la vasta area dei centristi (e qui, Berlusconi dovrebbe incoronare suo erede proprio Draghi) e dei liberali, pescando nel mare magnum dell’astensione dove però a un’ampia Maggioranza silenziosa moderata se ne aggiunge e giustappone un’altra altrettanto significativa e orfana delle protesta demagogica dei Cinque stelle prima maniera, che di Draghi non ne vuole però sentir parlare. Povero il Draghi-barbiere, verrebbe da dire.