De Mita, un intellettuale cattolico a Palazzo Chigi

Ciriaco De Mita è mancato stamattina. Un gigante della storia politica italiana. L’ex presidente del Consiglio e segretario della Dc è morto questa mattina alle 7 nella casa di cura Villa dei Pini di Avellino. Lo scorso febbraio De Mita si era sottoposto a un intervento chirurgico per la frattura di un femore, a seguito di una caduta in casa. Stava seguendo un percorso di riabilitazione. De Mita, 94 anni, dal 2014 era sindaco di Nusco, sua città natale (un comune di 3.946 abitanti). La notizia della sua morte è stata annunciata dal vicesindaco del paese, Walter Vigilante. I funerali dell’ex leader democristiano si terranno domani alle 18.30, nella chiesa di Sant’Amato, a Nusco. Alla cerimonia funebre parteciperà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Per Gianni Agnelli, De Mita è stato “il tipico intellettuale della Magna Grecia”, e nonostante abbia ricoperto tutti gli incarichi politici e istituzionali possibili, tranne la presidenza della Repubblica. De Mita è stato senz’altro un uomo del suo tempo. Incarnazione autentica della Prima Repubblica. Democristiano di sinistra, dopo Aldo Moro, De Mita è stato il corifeo del cattolicesimo democratico. Più di altri ha cercato di coniugare l’azione politica con la riflessione accademica, alla ricerca di innovazioni sociali e politiche, al servizio di un carattere spigoloso. È colui, che da segretario Dc, fa entrare sulla scena politica due “professori”, Romano Prodi e l’attuale inquilino del Quirinale.

De Mita nasce a Nusco, in provincia di Avellino il 2 febbraio 1928. Dopo il liceo vince una borsa di studio per seguire i corsi della Cattolica di Milano, fucina di una schiera di esponenti del cattolicesimo democratico discepoli di Giuseppe Lazzati. Un laboratorio politico il cui orizzonte è rappresentato dall’impegno sociale che guarda a una Chiesa che si avvia al rinnovamento del Concilio Vaticano II. Si iscrive giovanissimo alla Democrazia cristiana. Nel 1953 figura tra gli aderenti alla corrente “Base” di Giovanni Marcora, il partigiano Albertino. Prova a evitare una deriva conservatrice del partito dei cattolici.

La brillantezza intellettuale contraddistingue il profilo di De Mita. I suoi appassionati interventi congressuali lo portano a scalare i vertici dello scudocrociato. La sua prima elezione alla Camera è datata 1963. Sullo scranno di Montecitorio siederà ininterrottamente fino al 1994. Nel 1969 promuove il cosiddetto Patto di San Ginesio tra i quarantenni. L’obiettivo è sottrarre il controllo del partito ai dorotei (l’ala moderata del partito) e già nel 1973 diventa vicesegretario Dc. In quegli anni è più volte al governo: come ministro dell’Industria, Commercio estero, del Mezzogiorno. Nel 1979 torna all’impegno nel partito come vicesegretario e nel 1982 viene eletto segretario, incarico che ricopre fino al febbraio 1989.

De Mita si dà un compito arduo: cerca di rinnovare la Dc, in chiave progressista. Così chiama Prodi all’Iri e poi come ministro. In seguito, punta sul giurista Sergio Mattarella, fratello di Piersanti (presidente della Regione Siciliana, ucciso dalla mafia nel 1980) per rilanciare il rinnovamento della Dc palermitana. De Mita è convinto della necessità di superare la Conventio ad excludendum del Pci, sulla linea di Aldo Moro. Per queste ragioni entra in conflitto con Bettino Craxi. A quel tempo, il segretario del Psi è reduce del varo della “competizione a sinistra” con i comunisti.

Questa costante diatriba con l’universo craxiano non impedisce a De Mita di diventare premier nell’aprile del 1988, mentre è ancora alla guida del partito. Unico a ricoprire il doppio incarico dopo Amintore Fanfani. Ma già nel febbraio 1989 la corrente di Antonio Gava, Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti batte De Mita al congresso Dc e, dopo aver ceduto l’incarico di segretario, nel luglio successivo deve cedere anche quello di presidente del Consiglio in favore di Andreotti. È il governo che avvia il cosiddetto Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), di cui De Mita è fiero oppositore.

L’intellettuale di Nusco è impegnato nelle riforme istituzionali. Ma le Brigate rosse non apprezzano. Così, appena nominato a Palazzo Chigi nel 1988, le Br uccidono il suo consigliere Roberto Ruffilli, teorico dell’uninominale. De Mita guida nel 1992 la Bicamerale per le riforme costituzionali. Ma dopo l’approvazione della legge elettorale Mattarella, nel 1993 il presidente Oscar Luigi Scalfaro scioglie le Camere travolte da Tangentopoli. La discesa in campo di Silvio Berlusconi contribuisce polverizzare i vecchi partiti. De Mita, dopo due anni di autoisolamento, torna alla Camera nel 1996. Prima con il Ppi, poi con la Margherita, fino al 2008. Quando Walter Veltroni, nuovo segretario del Pd, non vuole ricandidarlo, De Mita non la prende bene. È la sua rottura definitiva con il mondo progressista. Si rifugia a Nusco, la sua eterna passione corrisposta. Ne diventa il primo cittadino. Dal 26 maggio 2014 fino a oggi.