Anatomia di Giorgia Meloni, leader o influencer?

Mi spiegate una cosa: che è andata a fare Giorgia Meloni in Spagna dalla candidata presidente andalusa di Vox, Olona Macarena, all’indomani del buon risultato al primo turno di Fratelli d’Italia? Nessuna pretesa di entrare nelle analisi politiche sul voto, però chiarezza. Non solo Elodie e Vanessa Incontrada sono rimaste sbalordite e le hanno assestato colpi bassi, tanto per dire il livello dello scontro. Noi tutti, moderati, esuli e orfani di una politica sana e saggia, siamo rimasti interdetti a vederla arringare in lingua spagnola, occhi dilatati e dito minaccioso, “Soy una mujer, soy madre”, per sostenere l’estrema destra contro la Lobby Lgbt. Col risultato scontato di un diluvio di miserandi attacchi nel giorno in cui proprio non serviva fare la vittima del logoro e rozzo antifascismo di sinistra. Per la sua immagine, per il profilo di Fratelli d’Italia, per la credibilità del centrodestra. Oltretutto, spesso è la prima ad affrancarsi dall’estremismo delle provenienze anche laddove una nuova formazione di conservatori meriterebbe l’impegno di decontestualizzare il presente dai retaggi.

Insomma, servirebbe un leader, una leader, che sappia rispondere per le rime alle varie Laure Boldrini con un grande distinguo tra fascismo e Ventennio e tra etica e posizioni reazionarie, offrendo agli elettori – e soprattutto ai giovani – non i soliti luoghi comuni, il politicamente corretto e le rivoluzioni sinistre. Quelle uscite spagnole vanno nella direzione opposta. E finiscono per servire all’avversario, pur in difficoltà, il destro per una chiamata alle armi in vista dei ballottaggi. Per far dire ad Enrico Letta, batostato, “discorso lugubre” e ridare fiato al “gallinaio social femminista”. Soprattutto sulle donne, esiste una posizione unica, il totalitarismo femminicida. Dov’è il femminile bianco che ai tempi della Democrazia cristiana ha segnato la storia dei diritti delle donne. La sinistra ha portato il divorzio, l’aborto e i matrimoni omosessuali, ma i diritti nel lavoro, la parità in famiglia, la vera emancipazione culturale e morale delle donne italiane non sono una conquista dei comunisti.

È una costante della “patriota Meloni” guadagnare il centro della scena e diventare virale facendo “la più odiata”. L’hanno definita l’imprenditrice dei sondaggi alla Chiara Ferragni. Le stuzzicano la vanità. Ma vuole fare il premier o la influencer? Questo tutt’al più potrebbe essere il ruolo di un outsider per attirare l’elettorato più giovane. I partiti moderni dovrebbero essere piattaforme di soggetti per le proposte, con volti nuovi, freschi. Credo sia finita l’era dei politici immutabili di professione e occorre una soluzione ai centri di potere per di più personalistici. Lei, Giorgia, deve piacere al grande bacino elettorale, non gli elettori a lei. Il 60 per cento non è andato a votare. Ora si dirà che erano Comunali, non contano, elezioni in piccoli comuni con beghe interne, tuttavia il rifiuto è un sintomo con cui confrontarsi. Sostenere “abbiamo vinto comunque”, o accusare gli alleati in una sorta di impuntatura indispettita, non credo paghi e sia leale.

Come ha scritto su Repubblica Furio Colombo, “Giorgia è giovane, di bell’aspetto, donna, furba, è tutto un po’ al di là della realtà, ma funziona”. Furbissima nel senso etimologico, cioè “utilizza le occasioni e gli espedienti più disparati per ottenere vantaggi per sé e per chi le interessa”. Con questa determinazione e scaltrezza ha preso in mano effettivamente un partito al 3 per cento e lo ha portato al 20. Vero, e bene. Però, prima cosa, quel 20 per cento va misurato all’interno di un’astensione via via più mastodontica e quindi rappresenta la percentuale di una parte, mentre il dato eclatante è la rinuncia. Secondo, temo che quei voti – a parte uno zoccolo di fondatori – siano una erosione in casa di scontenti, che passano dall’una all’altra parte nel tentativo di una rappresentanza.

Lei ha coniato una sua categoria, “i patrioti”, ma per quale Italia? L’ambizione è tanta, ma l’offerta, la base programmatica, gli ideali? Non una continuità con il passato, ma quale domani per contrastare le accuse ideologiche e propagandistiche avversarie? Battere la sinistra è assai a portata di mano, con lo sconquasso totale che ha prodotto il progressismo ideologico, ma occorre una chiamata robusta, ferma, autorevole, non lo svolazzare anche di Matteo Salvini. Capisco anche che questi pur temerari della scena dietro abbiano una vecchia dirigenza interessata a tirare a campare in una sorta di false larghe intese, e che i più giovani hanno preparazioni scarse per il rilancio di una squadra. Tuttavia forse bisognerebbe guardare dalla parte dove il risultato c’è ed è eclatante, come in Francia dove l’omologa di destra Marine Le Pen ha portato il suo Rassemblement National a stracciare il presidente Emmanuel Macron mettendo all’angolo la sinistra pur non governando. Invece di unirsi all’onda del consenso per una destra internazionale finalmente accreditata, chissà perché, Giorgia Meloni si è distinta dalla Le Pin dicendo “io guido la famiglia dei conservatori europei, in Francia non ci sono candidati che rappresentano il partito guidato da me”.

Ad averla una Marine Le Pen anche in Italia. Non per sminuire l’affermazione di Giorgia Meloni, ma per sottolineare lo sforzo della leader del Rassemblement di sfuggire ai protagonismi, di mettersi al servizio dell’insoddisfazione e dei bisogni, di sottarsi alla trappola dell’autoreferenzialità e dei bisticci. Giorgia vince nei sondaggi, ma alla prova non convince. Non deve ripetersi l’errore di Salvini di volere tutti i poteri o gettare la spugna e consegnare il paese agli avversari.
Vero che è grave non esercitare il diritto al voto, ma un’astensione tanto alta è la colpa dei leader e non il peccato degli elettori. Manca la chiamata, manca la fiducia. La comunicazione della “leader che vuole farsi premier” finora, al traguardo delle consultazioni che si sono disputate, ha perso sempre: Roma al tempo dell’elezione di Virginia Raggi per le sue ostilità, Roma al tempo di Roberto Gualtieri per l’impuntatura sul tribuno “Enrico chi?”, ieri Verona fortino storicamente della destra per l’impuntatura di non apparentarsi con Flavio Tosi e Forza Italia. Uno smacco clamoroso, diciamo la verità.

Spiegheranno, le ripicche non illuminano. Silvio Berlusconi, il vecchio leone di Arcore, raccomanda a tutti “unione” e va ripetendo che “solo uniti si vince”. Il miracolo spetta a lui e “il gran federatore” dopo il madornale smacco con Gianfranco Fini dovrebbe sparigliare mescolando i candidati in una grande alleanza per la vittoria. Giorgia nella sua scalata frenetica ha scavalcato spesso Forza Italia e la Lega, mettendo all’angolo il grande avversario Matteo Salvini, a volte suonandolo come un mezzo pugile. Per esempio quando lei tornava da Orlando trionfante dall’intervento alla convention dei repubblicani, mentre Salvini rientrava dalla spedizione in Polonia, dove il sindaco di Przemyśl gli aveva sventolato sotto il suo naso la maglietta con l’effigie di Vladimir Putin. Nessuno le nega di sapersi muovere e costruire relazioni.

È agguerritissima. In tutto il lockdown ha sparato ad alzo zero contro Giuseppe Conte, contro la Ue, contro i virologi, contro Roberto Speranza, stando al tempo stesso contro gli abbracci cinesi e flirtando coi No Vax. Posizione ambigua quella sul virus, che le ha guadagnato la rabbia dei negazionisti, non la credibilità di chi sa governare le emergenze. Dove può fa il filo, dopo può attacca. Contro la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese per gli sbarchi, contro il presidente della Repubblica per il mancato scioglimento delle Camere, contro il premier Mario Draghi per la guerra e contro la guerra, in una miscela esplosiva di posizioni e rischiando sempre di regalare tutto alla sinistra. Infine, quando non è in video o sulle prime pagine, si ritirata sull’Aventino coi suoi fedelissimi di un partito con grandi ambizioni ma dalla gestione molto familistica, a ripetere il suo mantra “io non mi vendo”.

È irreprensibile e accentratrice, ma si è concessa volentieri agli ambienti del Bilderberg, è diventata socia dell’Aspen Institute, gode del sostegno di Giulio Tremonti e di Vittorio Feltri, in Europa va dal premier polacco Mateusz Morawiecki e dal primo ministro ungherese Viktor Orbán ed è alla guida dei conservatori. Comprensibile che per una donna, di destra, sia una battaglia aspra, benché sempre super difesa e super consolata. Ma stia tranquilla, Giorgia Meloni, nessuno la insedia e nessuno attenta. Sappia, però, che si può raddoppiare e salire nel consenso senza tenere i piedi in tante staffe. Senza correre da una parte all’altra. Senza rintuzzare tutti e tutte. Basta rappresentare gli altri più di se stessa. Questi sono i tempi della modestia e della pacatezza contro l’orgia della presunzione, della caciara e del volgare. Soprattutto sui valori dell’etica, nella battaglia per la famiglia, contro il sessismo, il gender, il politicamente corretto, le persone sono qui, cara Giorgia. Non in Spagna. Non Olona, o chissà quale altro estremista, per farsi dare della “fascista” e perdere. Sono gli italiani i detentori di quelle credenziali, sono le donne e gli uomini del centrodestra per storia, tradizione e vita vissuta.

Ha scritto un utente: “Ma quale centrodestra? Se non rinnovate le facce il centrodestra è morto, ci vuole una nuova ondata di gente preparata che viene dal mondo delle professioni e dell’impresa come fu nel 1994 se volete qualche chance. E io credo che Silvio Berlusconi lo sappia benissimo. In questo la sinistra è sempre stata più brava, al suo interno almeno ha favorito un rinnovamento”.

Contro una sinistra sessista che ha esaurito le provocazioni, che è arrivata al Festival delle mestruazioni e alla campagna “no doccia no cambio mutande”, che opprime con tasse, gas, acqua, tutto, si può vincere a mani basse. E che sia lei, Giorgia Meloni, può essere. Però non si può stare con la Corte americana contro l’aborto e difendere al tempo stesso la 194 come “la Emma Bonino di noialtri”. Ci vuole il coraggio e la fede di affermare i valori sani della Patria, averli, viverli e combatterli. Ai giovani, chiamati a costruire una generazione, è stata lasciata un’unica rivoluzione, il gender. Bisogna offrire modelli e forse riposizionare quei principi, non “o omosessuale e lesbica o omofobi” in una società dilaniata dalla violenza e dallo sbandamento fino alle tragedie della cronaca.

E quei valori etici, che non ha la sinistra, non sono il fascismo come blatera la propaganda, ma sono il patrimonio del centrodestra, la cassaforte morale, l’identità e il genio italico, la fede soprattutto, lo Spirito dei credenti che vanno nel mondo come agnelli e non come lupi. Si è accorta Giorgia Meloni della strumentalizzazione degli avversari, che usano la sua visibilità ossessiva e i suoi Fratelli per agitare gli spauracchi, farne la loro campagna e alla fine ribaltare la vittoria? Non le viene il dubbio che la leader dei sondaggi sia una trappola? I valori non ammettono timori, richiedono umiltà e non sono negoziabili. I valori, non la poltrona. Questa battaglia va fatta come Costantino, In hoc signo vinces.