Da Zagarolo con la “Z” di Putin

Se la meriterebbero incisa nel deretano alla Zorro tutti gli eredi dei partigiani italiani che in questi 80 anni di Prima Repubblica italiana hanno compiuto la mirabolante parabola passando dallo slogan “Yankee go home” a quello “Viva la grande Russia dello zar Vladimir Putin”. L’Italia del dopo Seconda guerra mondiale, come linea di confine tra i due blocchi Est vs Ovest della cosiddetta Guerra fredda, continua a subire il confronto inopportuno tra europeisti-atlantisti vs antiamericani-pacifisti con la bandiera rossa. A confronto non è solo la questione del rapporto di forza fra blocchi militari, ma piuttosto si è giunti con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia alla contrapposizione tra sistemi democratici e sistemi dittatoriali.

Nonostante tutto di grazia la nostra Repubblica, a partire dalla riconoscenza per l’intervento risolutivo degli Stati alleati nel liberarci dalla dominazione nazista, ha saputo tenere la barra dritta nella alleanza occidentale sancita con la Costituzione nel 1949 della Nato, organizzazione intergovernativa per la collaborazione nella difesa che, come 80 anni fa, supporta e spalleggia i partigiani ucraini nell’arginare le mire espansionistiche del criminale nazista Vladimir Putin.

Inevitabile appare oggi, dopo 22 anni di potere incondizionato, la parabola dispotica del satrapo Vladimir Putin. Il corredo cromosomico ce l’aveva completo sin dall’insediamento sul trono del potere in sostituzione dell’ormai disfatto dall’alcol, Boris Eltsin. Indubbiamente ha avuto del fegato nel prendersi la responsabilità di un Impero sovietico in disfacimento, ma da oscuro burocrate del Kgb (polizia segreta dello Stato Sovietico) ha messo a frutto il know-how genetico personale eliminando fisicamente tutti gli oppositori cittadini comuni-giornalisti-politici e a tal proposito cito solo questi tre nomi: Antonio Russo, freelance di Radio Radicale; Anna Politkovskaja, editrice del giornale d’opposizione Novaja Gazeta e Alexei Navalny, blogger e politico-oppositore.

Quindi, tutti gli sforzi di realpolitik da parte dei politici occidentali di contaminare Putin per trovare quanto meno una forma di collaborazione, sono stati elaborati dal satrapo come minaccia al suo sistema di potere assoluto e come, da testuali sue parole, costretto ad attaccare l’Ucraina. Sinteticamente il quadro dello stato dell’arte attuale del conflitto russo-ucraino può essere definito in questi tre punti:

1) Nonostante la zombizzazione filorussa delle tivù italiane, anello debole dell’Alleanza intergovernativa occidentale, Sergio Mattarella e Mario Draghi riescono a tenere autorevolmente la barra dritta nella suddetta coalizione.

2) A dispetto della indecente propaganda russa, il default tecnico-finanziario frutto delle sanzioni alla cosiddetta Operazione militare speciale è ormai inevitabile per mancanza di ricambi tecnologici e approvvigionamenti finanziari.

3) I crimini di guerra accumulati da Putin e la sua cricca in tutti questi 22 anni di bombardamenti che ne fanno la loro specialità (dicasi Groznyi e Aleppo rase al suolo come Mariupol e tutto il Donbass) avranno al più presto la consequenziale incriminazione con inevitabile formulazione del mandato di cattura a suggello dell’isolamento internazionale dei responsabili.

In ogni caso, di certo ora il mostro criminale Putin, che respinge qualsiasi proposta di dialogo, si argina solo con la forza, ma è pur vero che quelli che a Zagarolo, a Modena e in tutte le altre cittadine o televisioni italiane manifestano al grido “Viva la Grande Russia di Putin” troveranno l’humus esaurito e si riuscirà a diffondere il modello democratico non con la forza, bensì solo favorendo e supportando gli oppositori democratici interni ai regimi.