Quelle fake news contro il potere

È ormai sotto gli occhi di tutti che il potere abbia cavalcato la pandemia per serrare i ranghi, per rimettere in riga il popolo. Eppure, sono ancora tanti, anzi troppi, quelli che puntano l’indice accusatorio contro chiunque commetta “lesa maestà”. Eravamo stati chiusi in casa da qualche settimana, e su Internet e tivù faceva capolino la notizia che sotto pandemia da Covid sarebbero enormemente aumentate le “fake news contro i poteri bancari europei e le istituzioni”. Logico domandarsi cosa centrasse la pandemia con le eventuali bufale contro il potere. Oggi le televisioni ci hanno risposto, arrivando a sostenere che dietro le fake news su Mario Draghi, Joe Biden, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, poteri finanziari e multinazionali occidentali ci sarebbe lo zampino dei “complottosti filorussi”.

È inutile dirvi come questa notizia ci abbia messo di buonumore, permettendoci di ridere di gusto, compensando alla tanta tristezza che spandono i cosiddetti “media istituzionali”. Sconcerta, invece, che la gente, quella che incontri per strada, nei bar e ovunque, continui a credere all’informazione istituzionale, e che ripeta a mo’ d’uccello esotico che “dietro le fake news su Onu e Nato c’è l’accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin”. E ha fatto non poca impressione ascoltare dalla voce d’una insegnate: “Io ripeto sempre, soprattutto ai miei alunni, che necessita informarsi solo dalla stampa istituzionale”. Quest’ultima un tempo veniva appellata come stampa di regime, capace solo di riportare veline e di onorare quel patto col potere noto come “politica del consenso”.

E questo è il modello di libertà che l’Occidente vorrebbe imporre all’intero Pianeta e, parafrasando un imprenditore Usa, all’intero Universo? Un modello di pensiero che utilizzi a reti unificate le tivù pubbliche e private per dirci che “dietro le fake news contro i poteri occidentali c’è la disinformazia russa”? E a chi dovesse ricordare che ognuno è libero di pensarla come vuole o di leggere ciò che gli pare, viene anche obiettato che saremmo in guerra, che ci dobbiamo difendere. Soprattutto, la popolazione italiana pare evidente sia regredita allo stato mentale che ha caratterizzato il popolo albanese durante il governo di Enver Halil Hoxha, dal 1944 al 1985: Ipa (così appellavano Hoxha i suoi stretti e fidati compagni) non era affatto un negletto, era figlio d’un ricco mercante e aveva prima studiato e poi insegnato all’Università di Montpellier, in Francia, ma tornato a governare l’Albania ebbe lo spudorato coraggio di vietare ogni forma d’informazione estera al suo popolo.

Motivo? Hoxha asseriva che “cinema, media e letteratura occidentale vogliono distruggere l’Albania e il suo popolo” quindi, aggiungeva, di “tenere gli occhi ben aperti, di levarli al cielo, perché gli americani si sono alleati anche con i marziani”. Persino Iosif Stalin e Tito sollevarono nel Comintern il problema Hoxha, le ossessioni di Ipa che recavano danno alla politica sovietica. Ovviamente dopo la sua dipartita, nel 1985, gli albanesi incrementarono l’uso delle parabole, e attraverso le tivù italiane scoprirono d’essere vissuti per più di quarant’anni in balia delle favole di Ipa. Infatti, i primi a dirci che ci stiamo rimbecillendo sono gli europei orientali e balcanici. Un amico albanese s’è rivolto allo scrivente così: “Ormai credete a tutto quello che vi dice il potere, mi ricordate gli albanesi ai tempi di Hoxha”. Certo, Mario Draghi non s’ispira a Ipa, ma al più raffinato economista António de Oliveira Salazar, che ha governato il Portogallo dal 1932 al 1974.

Al pari di Draghi, anche Salazar era stato prima alle Finanze portoghesi (una sorta di ministro del Tesoro portoghese dal 1928 al 1932), e chiunque criticasse la linea di politica economica di Lisbona veniva arrestato e detenuto come nemico del potere: è inutile rammentarvi che il massone Salazar godeva d’un certo consenso internazionale, le logge bancarie europee e atlantiche ne garantirono l’inamovibilità. Ecco che Draghi convoca a corte Beppe Grillo, e poi usa l’informazione istituzionale per eliminare nemici come Giuseppe Conte: il leader genovese è in evidenti difficoltà per i problemi del figlio, mentre per l’ex premier Giuseppe (oggi vertice 5 Stelle) non s’esclude il potere abbia già commissionato un dossier ai “professionisti della sicurezza”.

Così viene spacciata dagli istituzionali per “fake news” ogni critica rivolta alle misure economiche del governo, all’Agenzia delle Entrate, alle banche che requisiscono i soldi dei cittadini, alle normative europee che fanno chiudere le botteghe. Per chiunque non accetti questo sistema c’è la lista di proscrizione, l’inserimento del dissidente nell’elenco dei “filorussi”. Avendo girato (anche recentemente e soprattutto per lavoro) si va a constatare che nel resto d’Europa c’è più libertà. Che in Italia, per dirla alla Leo Longanesi, “non è che non ci sia la libertà, purtroppo mancano gli uomini liberi”.

Per quanto riguarda l’informazione, lo stesso aveva anche previsto che “la televisione la fanno mezzi uomini e mezzi busti, ma per governare ci voglio uomini tutti d’un pezzo”. A conti fatti, il potere italiano (e occidentale) di oggi manca d’autorevolezza, non è credibile. A conferma c’è il malessere diffuso della popolazione, l’insofferenza verso le sue regole, la disaffezione dalla propaganda di regime, la cappa omologatoria su pensieri e idee e parole. Così si spegne la tivù e non si compra il Corriere, perché non si crede più al sistema, ai suoi moniti, alle sue regole, alla propaganda liberticida.