È finita la recita

Ancora poco, ormai qualche ora e la pantomima terminerà. Quanti vinceranno le elezioni dovranno mostrare le carte e non ci saranno più scuse. Se per davvero dovesse spuntarla Giorgia Meloni, così come i sondaggi più recenti avrebbero accreditato, assisteremo, ne sono certo, a una mutazione della destra che, da posizioni verbalmente radicali – sempre facili allorquando si tratti di esprimere critiche a qualunque Esecutivo – transiterà nelle acque insidiose e difficili del Governo e dell’amministrazione della complessità. La storia della destra, in particolare quella post-monarchica, in verità, non è fatta di soli urlatori e di passi marziali, anzi. Avendone fatto parte per diversi decenni, pur essendo portatore di un’idea non poche volte in conflitto con le visioni più ortodosse, spesso mi sono trovato accanto teste brillanti, donne e uomini che credevano nel diritto e nei principi di legalità, che lottavano per il bene comune, che odiavano ogni discriminazione, per troppi anni da loro stessi patita.

Molti di quei nomi sono ancora presenti, seppure la loro voce appaia silenziata, ma sono i rituali elettorali… belli! Rituali che impongono il silenzio delle parole che non corrisponde al fermo della mente. D’altronde, la stessa figura di Giorgia Meloni, sfrondata dagli aspetti folcloristici della propaganda che pure deve capeggiare, è donna, libera, autonoma, con la sua personalità che nulla concede al maschio Alfa. Ormai da anni sono convinto che il futuro, quello che non sia di guerre ma di ragionevolezza, che sia di umanità e non di egoismo a senso unico, che sia d’intelligenza e di caparbietà, vesta nella maggior parte dei casi abiti mentali al femminile. E la cosa, in verità, non mi disturba. Con il ricordo antropologico di chi osservi la storia dell’uomo, o meglio della persona umana, non può che richiamarmi l’icona universale della Madre Terra, del riconoscimento ancestrale che il nuovo e la vita siano sempre stati una prerogativa esclusivamente al femminile.

L’Italia si troverà innanzi a scelte straordinarie, altro che Pnrr. Qui si tratta di vita o di morte, di vita o di morte delle Democrazie e dei suoi tanti, anche talvolta contraddittori, modelli. Ma sempre meglio del pensiero unico e dei ministeri della morale o della verità. Penso che neanche Samuel Philips Huntington sarebbe giunto a immaginare quel che sta accadendo, pur avendo lui scritto sullo scontro di civiltà e di quello che poteva essere un nuovo ordine mondiale. Qui non si fronteggiano filosofie di vita, religioni abramitiche o orientali, animiste o protestanti. No, qui si fronteggiano due modi di vedere il cittadino e i suoi diritti. Lo scontro è tra democrazie e autocrazie, tra forme di libertà e di tirannia, quest’ultime molto più rozze e violente, perché rivolte a intere comunità, rispetto a quelle che la tradizione greca ci ha tramandato.

Fa sorridere, e pure vergognare, che i problemi percepiti (orientando in tal modo l’elettorato) siano quelli del maggiore o minore uso dei condizionatori d’aria, o della riduzione delle temperature nelle nostre case e l’essere costretti a riesumare maglioni di lana e calzari più pesanti: tutto questo fa sorridere perché grottesco. Perché non lo chiedete, in Ucraina, a quanti stanno combattendo e morendo anche per le nostre libertà? Perché non lo chiedete alle madri che non riescono più a sfamare neanche con gli alimenti per cani i loro bambini oppure a quei medici, in ospedali di fortuna, che sono costretti ad operare senza disporre di galenici e strumenti tecnologici adeguati, semmai su corpi devastati da bombe a grappolo e da mitragliate? Possibile che non lo si comprenda? Finalmente, però, Vladimir Putin lo ha detto: è in guerra con l’Occidente e tutte le sue culture. Peccato che nella sua guerra abbia coinvolto anche il popolo russo, quel popolo di Gogol, Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj, Aleksandr Solzenicyn, Anna Politkovskaja, al quale dovremmo già da ora dedicare la massima attenzione e solidarietà.

È su queste tematiche che il nuovo Governo italiano dovrà cimentarsi, tutto il resto è nulla. L’Esecutivo di casa nostra e quelli sia europei che transatlantici dovranno al più presto escogitare una exit strategy, perché più Putin sentirà minacciato il suo regno dispotico e oligarchico, più sarà spinto a eccessi che potrebbero essere fatali per tutti. È evidente che lui non rappresenti, da tempo, la migliore gioventù russa e il popolo in genere. Proprio per questo sarà più pericoloso. Certamente, ha compreso che lo si vuole portare innanzi a delle Corti internazionali di giustizia per quel che ha fatto e determinato. Ma forse, al contrario, in un’ottica di riduzione del danno, occorrerebbe cominciare a pensare a un salvacondotto per lui e per quella cerchia di complici che ha, proprio al fine di evitare il peggio e per la difficoltà di gestire il “dopo”.

Le conseguenze che abbiamo patito e che ancora paghiamo come terrorismo diffuso, per la morte di Muammar Gheddafi e Saddam Hussein, dovrebbero indurci a ragionamenti anche apparentemente in contrasto con quei principi di giustizia ai quali pure vorremmo orientarci. Insomma, è tempo di scelte e decisioni difficili e tra poco anche il nostro Paese sarà chiamato a esprimersi con chiarezza, senza più alcun alibi di un Governo tecnico e senza dover raccontare di barconi, aborto, lockdown e Covid, di Ius scholae o Ius sanguinis, di ponti che crollano e di furbi che ridono, di potere giudiziario e di contro-potere giudiziario. Non si dovranno neanche più agitare crocifissi, non perché le tematiche alle quali ho accennato siano state positivamente affrontate e risolte, ma perché i problemi ancora più seri, mentre guardiamo dalle nostre finestre, stanno invece per precipitare sui nostri tetti.

Altro che mance elettorali, altro che promettere tutto a tutti, altro che lo Stato come un grande bancomat! Buona fortuna a chiunque vincerà le elezioni, dunque. E buona fortuna pure a noi tutti, perché prevalgano ragionevolezza e serietà.