Salvini: vincente ma non troppo

Bene ma non benissimo. Matteo Salvini, davanti a fogli e foglietti, cerca di analizzare con lucidità il risultato delle elezioni. Il bicchiere mezzo pieno vede il centrodestra trionfante. Il lato mezzo vuoto, però, registra un segno negativo alla voce Lega. Per avere una stura, basta osservare il risultato emerso nel Nord-Est, ovvero quello delle origini padane, dove il Carroccio è praticamente raddoppiato da Fratelli d’Italia (13 per cento contro il 26 per cento).

Incassato il colpo e messa la palla centro, il Capitano fa un bel respiro. E verga la sua posizione: entro la settimana “farò una riunione con tutti gli eletti”, con gli alleati “di Governo parleremo già dalle prossime ore”, “sono cento tondi i parlamentari della Lega al lavoro da domani”. Con una Lega che è “il secondo partito del centrodestra, ce la giochiamo con il Partito Democratico come secondo” in assoluto. Pensieri legittimi, che corrono paralleli a quelli di Luca Zaia, governatore del Veneto, che all’Ansa dice: “Il voto degli elettori va rispettato, perché, come diceva Rousseau nel suo contratto sociale, il popolo ti delega a rappresentarlo, quando non lo rappresenti più ti toglie la delega. È innegabile come il risultato ottenuto dalla Lega sia assolutamente deludente, non ci possiamo omologare a questo trovando semplici giustificazioni. È un momento delicato per la Lega ed è bene affrontarlo con serietà, perché è fondamentale capire fino in fondo quali aspetti hanno portato l’elettore a scegliere diversamente”.

Ma dicevamo di Matteo Salvini. Allontanata l’ipotesi dimissioni (“non ho mai avuto così tanta determinazione e voglia di lavorare”) ecco l’affondo, che ha chiari destinatari: “Voglio riconoscere il lavoro dei militanti che non hanno mai avuto mezzo incarico retribuito e che in questa campagna hanno fatto molto di più rispetto a chi è in Parlamento da anni”. Insomma, il futuro è già domani: “Non vedo l’ora di indicare la strada della Lega per i prossimi cinque anni ma sono stato abituato a servire il movimento, non a servirmi del movimento”.

Viene da sé che, come in ogni momento definito “buio”, la ripartenza abbia origine dalla base: nelle prossime ore sarà convocato il Consiglio federale leghista, per ascoltare i segretari regionali. Di certo, c’è quel qualcosa che non ha funzionato. Non mancano gli errori appuntati in agenda, però “ci sono cinque anni per porre rimedio”. Un’altra chance, quindi, anche perché nell’aria non si annusa una qualche volontà – da parte di Giorgia Meloni – di mettere da parte Salvini, il quale non perde occasione di scoccare frecciate indirizzate oltre i nostri confini: “Non so se la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si sia alzata bene dal letto, spero di sì: le mando un bacione”.

In via Bellerio nessuna resa dei conti, al momento. Ma più che altro una tappa per ricominciare: “Una fase di riorganizzazione del movimento, puntando su sindaci e amministratori, è fondamentale… se qualcuno ha altri progetti... questa non è una caserma. Tutti sono utili e nessuno è fondamentale”. Perché, insiste Salvini, “il mio mandato è in mano ai militanti non a ex parlamentari o a due consigliere regionali. Chi è militante della Lega è stato abituato da 30 anni da Umberto Bossi a ragionare nelle sedi opportune e non parlare al vento”.

In ultimo, il leader della Lega giura: “Non sono invidioso, brava Giorgia: chapeau. Conto che il centrodestra includa tutti, anche Noi Moderati”. E poi, su Silvio Berlusconi, confessa: “Gli ho detto che gli voglio bene”. Anche se Matteo Salvini non può non dire qualcosa dell’esperienza al Governo con Mario Draghi. Un Esecutivo da cui sì è uscito (“ho fatto di testa mia. Altri 9 mesi così non avrebbero fatto bene né alla Lega né all’Italia”) ma dove c’è anche la sua impronta. Senza scordare che il suo ingresso nasce “su richiesta della dirigenza”. Quella dirigenza, in sostanza, che ora non può chiedere la testa del Capitano.

“Per la Lega stare al Governo con Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Draghi non è stato semplice ma lo rifarei” giura Matteo Salvini. Con la chiosa: “Non oso immaginare cosa sarebbero stati altri nove mesi con un Governo confuso e litigioso. Il giudizio degli elettori è chiaro: hanno premiato coloro che hanno fatto opposizione e coloro che hanno fatto cadere il Governo su un termovalorizzatore… Ho anteposto l’interesse del Paese a quello del partito… Giuseppe Conte ha sparato pallettoni contro il Governo che aveva sostenuto fino al giorno prima”.

Un colpo al cerchio e uno alla botte. Vincente sì, ma non troppo.