Pd: la resa dei conti

Ciò che non distrugge, fortifica. La saggezza popolare, però, non va a braccetto con il Partito Democratico. La scoppola senz’appello rimediata alle elezioni è un boccone amaro. E non basta un bel cucchiaio di digestivo per ingoiare il rospo. Rospi – sia chiaro, è un’immagine metaforica – che adesso sguazzano nello stagno dem, dove le correnti si rincorrono per cercare questo o quel colpevole. Ed è aria di resa dei conti.

Più lucide, nelle ultime ore, sono le analisi di rappresentanti Pd che governano i territori dello Stivale. Leggendo qua e là sui social, la polpa del discorso è la medesima: c’è una vittoria e una sconfitta. C’è un partito – Fratelli d’Italia – che da anni lavora per costruire un’alternativa, senza se e senza ma. Un partito prima di opposizione e ora di Governo. Un processo avviato da lontano, mentre una volta sì e l’altra pure i democratici conquistano la stanza dei bottoni senza ottenere un riconoscimento, in termini di vittoria, da parte della volontà popolare. Un partito, il Pd, che passa più tempo allo specchio invece di mettere la testa fuori dalla finestra mentre il mondo va avanti, le esigenze cambiano e il Paese scivola sempre più in basso, invece di risalire.

Ma soprattutto una classe dirigente senza una benché minima idea di cosa sia una critica analitica. E l’intervento di Enrico Letta di ieri ne è una dimostrazione. Il segretario del Partito Democratico, con un giro di penna, mette nero su bianco che non si presenterà come candidato al prossimo congresso. In campagna elettorale di lui si ricordano solo i richiami al pericolo fascista e allo spauracchio di Viktor Orbán. Ma nemmeno il ko rimediato al termine del voto elettorale lo riporta sulla terra. Invece di snocciolare errori o superficialità, segnala che a stretto giro ci sarà “un congresso di profonda riflessione, sul concetto di un nuovo Pd che sia all’altezza di questa sfida epocale, di fronte a una destra che più destra non c’è mai stata”. Non solo: “I numeri dimostrano che l’unico modo per battere la destra era il campo largo. Non è stato possibile non per nostra responsabilità”.

Una teoria molle come la pappa al pomodoro (e decisamente meno gustosa). Tanto che c’è già chi batte i pugni sul tavolo. Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri nel Governo presieduto da Mario Draghi, il giorno dopo la sua elezione alla Camera in Basilicata, dove era candidato per il Pd, spara a zero: “È evidente che il Pd così non funziona più”. La scelta, per Amendola, è quella di sciogliere un nodo banale ma allo stesso tempo reale: “Cosa vogliamo rappresentare per l’Italia e per i suoi cittadini”.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e coordinatore dei primi cittadini dem, è uno dei nomi che sono emersi per il cambio di rotta. Per il momento, il diretto interessato allontana ipotetici scenari. E preferisce andare al sodo: “Nessuno si può sottrarre a una fase di ricostruzione del partito. Io non mi sottraggo. Occorre rifondare il Pd. Dargli un’anima. O forse addirittura andare oltre il Pd”. E in una intervista a La Repubblica commenta: “Il centrodestra si è messo d’accordo sulla base di un patto di potere. Il fronte democratico invece si è presentato diviso. Ben diverso dal campo largo di cui si era tanto parlato… Il vero errore fu far cadere il Governo giallorosso, con quella crisi innescata da Iv. Di quel Governo, che aveva gestito la pandemia, è rimasto un buon ricordo in molti elettori. Il risultato è che oggi tutti coloro che fecero parte di quel governo: noi, il M5S e il Terzo polo, siamo all’opposizione”.

Matteo Orfini, altra figura dem, trova il tempo per sbottare “Fuffa. Il tema è la politica. Il tema è cosa vogliamo. Per questo mi pare surreale il dibattito sulle alleanze”. Sul sito del Pd si legge che è un “archeologo, per ora mancato” e che ha lavorato “per anni in diversi cantieri di scavo”. Quindi è uno abituato alle macerie. Così sottolinea: “Il problema di fondo è che non è più chiaro a nessuno quale sia la missione del Pd. E quindi fatichiamo a coinvolgere, appassionare, convincere”.

Tutti contro tutti. Appassionatamente. Un grande classico in salsa dem. Anche se il piatto piange dalle parti del Nazareno.