Pd nel caos, Morassut: “Per rinascere, cambiamo il nome”

Dopo la batosta elettorale il Partito democratico vive giornate caotiche. All’insegna del tutti contro tutti. Enrico Letta ha intenzione di traghettare i dem fino al congresso. L’assise del partito dovrebbe essere avviata già a ottobre. Ma i tempi potrebbero allungarsi. Fino all’inizio del nuovo anno. Intanto, Paola De Micheli è la prima a sciogliere le riserve sulla propria candidatura alla segreteria. “Ho 49 anni – afferma – un curriculum fitto e la voglia di spendermi in qualcosa di importante. Voglio puntare sui militanti, troppo spesso dimenticati, quando non umiliati, e sulla definizione della nostra identità. Chi siamo, questa deve essere la domanda chiave e dovrà essere un congresso diverso dagli altri”. Il candidato in pectore è il governatore filorenziano dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. La sua vice, Elly Schlein, è la “carta” su cui punta la sinistra interna. Anche Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, promette battaglia. E non esclude di correre per la leadership il bersaniano ministro della Salute Roberto Speranza, che sta per rientrare nel partito.

Ma c’è chi ritiene ormai inutile quella parola: “partito”. Il deputato Roberto Morassut, un passato da assessore al Comune di Roma e sottosegretario all’Ambiente nel governo giallorosso, è stato l’unico esponente del Pd a vincere in un collegio uninominale, non solo a Roma dove era candidato, ma anche da Firenze in giù fino alla Sicilia. In un’intervista a Repubblica, Morassut invoca l’azzeramento. Anzi, di più: il cambio del nome. “Chiamiamoci solo i Democratici. Togliamo il partito di mezzo. È l’unico modo per disarcionare le correnti interne al Pd che sono il vero problema del partito”. Morassut è convinto che si debba “cambiare totalmente la natura del Pd e creare le condizioni affinché si costituisca un movimento democratico, più ampio, che sia frutto di una costituente e che si rivolga a un largo campo di forze civiche. Abbiamo bisogno di ripartire dalla costituzione di un’altra forza politica che penso si debba definire semplicemente Democratici. Eliminando quella P che significa in primo luogo che c’è una élite che guida e c’è un insieme di forze che segue”.

Un fatto è certo: l’ex presidente del Consiglio e padre fondatore del Pd, Romano Prodi, spiega in un’intervista alla Stampa che al congresso non sosterrà alcun candidato. “Letta – commenta il fondatore dell’Ulivo – ha condotto una campagna di ragionamento e non di slogan. Forse non era il momento. Ha però sostenuto il governo e ha avuto il merito di continuare a farlo”. Per la nuova leadership del Pd “non appoggerò nessuno, non farò endorsement, non entrerò assolutamente nel congresso che farà il Pd, ma che personalmente chiedo dal 2019”. Nelle ultime settimane “sono stati i Cinque stelle a definirsi progressisti, sia pure in modo strumentale, ma per i loro obiettivi molto intelligente. Per raccogliere i voti degli scontenti e dei ceti più disagiati, i Cinque stelle si sono spostati a sinistra, anche perché hanno trovato un serbatoio lasciato vuoto. E questa è una responsabilità anche del Pd. E tuttavia, anche se il Pd si è autodistrutto con i suoi conflitti interni, resta l’unico vero partito”.

Matteo Orfini, leader della corrente dei Giovani turchi, ha una visione opposta. Chiede di recuperare lo spirito originario. Non cita espressamente la “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria, ma non perde l’occasione di attaccare il segretario uscente ai microfoni della trasmissione L’Italia s’è desta, su Radio Cusano Campus. “In questa campagna elettorale – sostiene – non ho trovato uno che fosse felice di votarci. Quando ci fu la campagna elettorale con Walter Veltroni perdemmo, però c’erano passione ed entusiasmo. È tardi fare il congresso il prossimo anno e bisogna coinvolgere i nostri iscritti in questa discussione. Io segretario? Se andiamo avanti a due candidature al giorno, fra poco avremo più candidati che elettori. Io ho fatto 5 anni il presidente del Pd e 2 volte il segretario reggente, ho già avuto questo onore”.

Secondo Orfini bisogna “ridefinire la missione del Pd. Negli ultimi anni ci siamo dedicati solo a fare alleanze. Questo significa delegare la propria identità agli altri. Le alleanze si dovrebbero fare in base alla propria identità. Se noi adesso facessimo un congresso di questo tipo saremmo matti perché significherebbe che la polarizzazione sarebbe tra Calenda e Conte. Dobbiamo invece recuperare l’idea originaria del Pd, qualcosa che rifondi la funzione del Pd e forse anche la sua forma organizzativa. Noi dovremmo tornare a essere un partito che sa cosa vuole, che ha l’ambizione di governare il Paese vincendo le elezioni, che quando serve sappia fare l’opposizione, ma soprattutto che sia in grado di generare un po’ di entusiasmo”.

Andrea Orlando, ministro del Lavoro nel governo Draghi, in una intervista al Secolo XIX sostiene che il Pd dovrà andare “a congresso dopo un’impostazione seria. Dopo aver definito le regole per elaborare una piattaforma e darsi un’identità solida. Idealmente va iniziato subito, ma senza una scadenza perentoria: ci dobbiamo prendere tutto il tempo per sciogliere i nodi che si sono aggrovigliati”. Per Orlando, “se si mette in discussione un congresso ordinario è perché i problemi non sono i nomi, ma la ragione sociale. E non sono il solo a pensarlo. Feci un ragionamento del genere anche dopo la sconfitta ai referendum del 2015, ma non fui seguito. L’idea di risolvere quel momento solo con la riaffermazione di Renzi non ha portato molto lontano”.