Destra: riabilitazione di un termine

L’aspetto più interessante dei risultati elettorali del 25 settembre è, a mio parere, di natura lessicale più che politica in senso stretto. Infatti, dando per scontato che il Governo Meloni non potrà definire politiche troppo distanti da quelle quasi obbligate che la situazione economica del Paese impone, la formazione della nuova maggioranza promette di restituire al termine destra una dignità che, in Italia, aveva perduto con il fascismo e per nulla recuperato nei lunghi decenni della ritrovata democrazia parlamentare.

Oltre due generazioni di italiani sono cresciute interiorizzando una sorta di norma, non scritta ma assai diffusa, secondo la quale l’espressione destra, in politica, doveva essere assunta come sinonimo di involuzione verso un sistema autoritario, di reazione e magari di violenza. Insomma, il termine destra si riallacciava pesantemente alla fase storica precedente, dominata da una destra fascista la quale, per la verità, aveva preso le mosse da una visione socialista della società da costruire. Dimenticate le nobili origini della destra italiana, quella storica che annoverava uomini come Bettino Ricasoli, Marco Minghetti e lo stesso Camillo Benso conte di Cavour, per vari decenni il termine sinistra copriva gran parte del lessico degno di essere pronunciato, lasciando uno spazio variabile e comunque assai più ridotto all’espressione centro, negandolo del tutto persino alla destra liberale.

Inutile sottolineare che il conformismo ha fatto il resto, sommando alla ritrosia sopracitata nei confronti di qualsiasi destra la quasi naturale attitudine di buona parte degli italiani a uniformarsi rapidamente al lessicogiusto”. Un lessico, del resto, perfettamente coerente con la politica culturale gramsciana della sinistra, sia comunista sia catto-comunista, nel quadro di una discussione che, per anni, ha riservato legittimità unicamente al dilemma circa la profondità che l’azione politica di sinistra avrebbe dovuto avere: se rivoluzionaria oppure riformatrice, neutrale o filo-sovietica. Intere generazioni di intellettuali, ma anche di uomini e donne del mondo artistico, della musica e del teatro, reagivano allo stimolo della politica come fossero sotto l’effetto pavloviano del riflesso condizionato, rifiutando sdegnosamente ogni simpatia per la destra e timbrando il cartellino nel mondo della sinistra con infastidita ovvietà. Mostrando, fra l’altro, di non capire, con questo atteggiamento stereotipato, che la supremazia di una sola parte portava inevitabilmente a una nuova forma di grigio totalitarismo culturale.

Ora, forse, le cose stanno cambiando, ma a una condizione. Si tratta del fatto che la lunga esclusione di qualsiasi prospettiva di destra dal mondo delle cose degne di essere discusse ha fortemente impoverito i movimenti di quella parte politica, privandoli dell’apporto di uomini colti e professionalmente preparati nonché di buona parte della stessa borghesia poiché, nonostante la maggioranza degli italiani non abbia un orientamento di sinistra, proclamarlo e dedurne azioni pubbliche coerenti appariva improduttivo, quando non seriamente dannoso per la propria tranquillità o per la propria carriera.

Il risultato è che nel partito di Giorgia Meloni, e, in certa misura, nell’intero centrodestra, non sembra esservi una congrua presenza di uomini o donne che brillino per autorevolezza e competenza. D’altra parte, l’abilità di un leader sta esattamente nella sua capacità di scegliere le persone giuste per i ruoli giusti. Se saprà farlo, assieme alla maggiore esperienza di altri alleati, come Forza Italia, in direzione di una politica liberale, allora la parola destra tornerà a essere, finalmente, la semplice, legittima e rispettata alternativa alla sinistra.