Libertà di parola e Licenza di offendere?

La vicenda giudiziaria di Roberto Saviano, denunciato per diffamazione dalla presidente Giorgia Meloni, a cui si è aggiunto il ministro Matteo Salvini, ha aperto il dibattito sulla libertà di parola e di critica e sui suoi eventuali limiti. A difesa dello scrittore sono insorti diversi esponenti della cultura e della politica della sinistra, sostenendo che è un grave atto antidemocratico chiedere a un tribunale di giudicare un intellettuale, anche se ha epitetato i due esponenti del governo italiano come “bastardi”. Ritengo la libertà di parola uno dei diritti fondamentali della persona, che lo Stato deve riconoscere e poi assicurare, essa va tutelata sempre e in ogni occasione, addirittura in un’ottica libertaria c’è chi sostiene che essa può spingersi fino a lambire l’offesa vera e propria, ma altrettanto penso che questa facoltà debba valere per tutti e non solo per i soloni del politicamente corretto di buona parte della sinistra.

E allora se così è, perché gli stessi che difendono Roberto Saviano, sono saltati alla gola del sottosegretario Marcello Gemmato chiedendone le dimissioni, per avere espresso, magari con un tasso di ingenuità troppo elevato, le sue convinzioni in tema di vaccini? Gemmato è libero o no di avere le sue opinioni, che peraltro non sono la linea ufficiale del governo? Secondo la sinistra, variamente rappresentata in Parlamento da formazioni che vanno con diverse gradazioni dal rosso al giallo, no.

Gemmato va tacitato, zittito e anche se possibile umiliato chiedendone le dimissioni dall’incarico governativo. È questa la libertà che invocano per gli italiani: idee solo conformi alla loro visione del mondo, sulla vita, la famiglia, la proprietà, il lavoro, la guerra e sui temi etici. Purtroppo, in Italia siamo abituati alle condanne ai giornalisti per vignette, articoli o virgolettati sgradevoli. Fu questo il caso di Giovannino Guareschi che, querelato da Alcide De Gasperi, passò 409 giorni nel carcere di San Francesco del Prato a Parma senza fare appello né chiedere grazia, anzi scrivendo “no, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. Accetto la condanna, come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente”.

Così come il direttore Alessandro Sallusti che è stato condannato a un anno e due mesi di reclusione, pena poi commutata in solo pecuniaria dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, peraltro per un articolo di cui non era l’autore. Ed è esemplificativa dell’aria che tira in Italia la vicenda che ha visto coinvolto il giornalista, oggi deputato e allora direttore di Panorama, Giorgio Mulè e i suoi collaboratori Andrea Marcenaro e Riccardo Arena per un articolo controverso o i diversi procedimenti giudiziari contro il direttore Marco Travaglio. Roberto Saviano ha difeso con i suoi tipici editoriali questi suoi colleghi? Ricordo di no, ma potrei anche sbagliarmi. E i tanti che oggi lo osannano come martire della libertà che facevano mentre a Sallusti veniva notificato l’ordine di reclusione domiciliare? Sallusti commentò così: “Anche se non vado in carcere e quindi non ci sarà la violenza fisica della detenzione, resta comunque la violenza psicologica dell’essere privati della libertà”. E il detto tanto sbandierato ai quattro venti dai soliti giustizialisti “ci si difende nel processo e non dal processo”, che fine ha fatto?

Quello che fa riflettere è il sentire giudicare persone e avvenimenti con pesi diversi a seconda delle convenienze, ammantando il tutto con il classico perbenismo radical chic: francamente uno spettacolo poco edificante che si commenta da solo. È sottile la linea che separa l’opinione, dall’offesa e ancor di più dalla diffamazione, per questo sarebbe meglio abolirne le conseguenze penali e pecuniarie, non solo per i giornalisti ma per tutti i comuni mortali, e lasciare al buon senso dell’individuo l’uso della parola. Se si invoca il “free speech”, come direbbero nella “Sweet land of Liberty” (la dolce terra della Libertà), così come recita l’inno patriottico americano composto nel 1831 da Samuel Francis Smith, lo si deve reclamare per tutti e se si pretende anche la licenza di offendere la si deve esigere per tutti per coerenza e per decenza, senza privilegi o primazie di parte. Infine, una sollecitazione all’attuale maggioranza parlamentare: modificate in senso libertario la norma che regola questa materia così delicata, perché “la mia dignità di uomo, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in tal caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza”. Parola di Giovannino Guareschi.