Di lavoro si vive, di assistenzialismo si muore

Uno dei punti della manovra economica recentemente presentata dal Governo – e che sta creando maggiore scalpore – è quello sulla modifica del reddito di cittadinanza, il quale verrà abolito definitivamente alla fine del 2023. Già dal prossimo anno, peraltro, le domande per il sussidio non verranno più accolte. Su questo punto – e non solo su questo – l’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. Le categorie più fragili – disabili, anziani, donne in gravidanza, famiglie prive di reddito con minori a carico – continueranno a percepire degli aiuti economici. Anche ai disoccupati abili al lavoro (di età compresa tra diciotto e cinquantanove anni) verrà dato di che vivere in caso di necessità, ma tutti i benefici decadranno al rifiuto della prima offerta di un impiego. E il sostegno stesso verrà inquadrato – ha spiegato il ministro del Lavoro, Marina Calderone – come parte di un più vasto programma di politica occupazionale, volta cioè a impiegare i disoccupati piuttosto che a tenerli in stato di inattività.

L’opposizione – salvo il Terzo Polo, che sul reddito di cittadinanza ha sempre avuto un giudizio piuttosto negativo – ha stigmatizzato la decisione come un insulto ai poveri, come un provvedimento insensibile nei riguardi di chi si trova in difficoltà. Sia il Partito Democratico che il Movimento Cinque Stelle – oltre agli immancabili avvocati del privilegio e del fancazzismo, vale a dire i sindacati – hanno annunciato battaglia in Parlamento e nelle piazze, al grido di “Governo Meloni nemico dei poveri”. Ma è davvero così?

I veri nemici dei poveri sono quelli che vorrebbero farli restare tali, ossia coloro che li vorrebbero inerti, comodamente adagiati sul divano a guardare la tv, contenti di vivere con quello che lo Stato gli offre. I veri nemici dei poveri sono quelli che cercano di fare in modo che questi non abbiano alcun desiderio di ascesa sociale, nessun tipo di aspirazione, nessuna volontà di rimboccarsi le maniche e provare a diventare qualcosa di più. I veri nemici dei poveri sono le sinistre radicali e comunistoidi che ci vorrebbero tutti indigenti, asserviti a uno Stato-padrone. Le sinistre vorrebbero che tutti fossero dei mantenuti pubblici, perché questa è la strada verso l’inferno da loro sognato: lo Stato Leviatano.

Il sussidio è una doppia schiavitù. Lo è per coloro che lo percepiscono: in quanto dipendenti dallo Stato, possono essere facilmente controllati, tenuti in scacco e mossi come pedine dalla classe politico-burocratica che, incapace e priva di statura, può continuare a prosperare e a fare i suoi interessi grazie a un meccanismo in tutto e per tutto assimilabile al voto di scambio. Lo è per coloro che devono finanziare di tasca propria queste scelleratezze ultra-welfariste, poiché costoro vengono ingiustamente privati dei mezzi necessari per vivere meglio in nome della “giustizia sociale”. Risorse che, verosimilmente, potrebbero essere reimmesse nel ciclo economico, direttamente o indirettamente, creando sviluppo, lavoro e benessere.

Il reddito di cittadinanza è stato un provvedimento nefasto, che ha incoraggiato la disoccupazione, incentivato truffe e parassitismo. Ha appesantito le finanze pubbliche e penalizzato – come al solito – il ceto produttivo, oltre a ostacolare lo sviluppo. Il reddito di cittadinanza è una misura nemica della libertà. La libertà è data dal lavoro: perché solo il lavoro consente alla persona di mettere in pratica le sue doti e di disporre, di diritto, dei frutti della sua applicazione fisica o intellettuale. Il lavoro è indipendenza. Il lavoro è realizzazione. Il lavoro è vita. L’assistenzialismo, al contrario, uccide la libertà, rendendo le persone schiave dello Stato e serve “compiacenti” dei politicanti da due soldi. L’assistenzialismo uccide lo spirito creativo della persona, la sua volontà, la sua determinazione, la sua voglia di fare e di essere. L’assistenzialismo crea una società di illanguiditi, incapaci di scuotersi dal loro torpore. E, quindi, funzionali alla logica statalista e partitocratica, in quanto inabili a opporsi al malcostume, alla corruzione, agli abusi perpetrati dal potere. Insomma, inidonei a rivendicare i loro diritti, tra i quali c’è quello di lavorare e di realizzarsi come individui. L’assistenzialismo uccide le società, mentre il lavoro le rende prospere, dinamiche e libere. Ecco perché l’abolizione del reddito di cittadinanza è una grande notizia.

Che ne sarà dei poveri? I veri bisognosi è giusto che continuino a ricevere un supporto, ma in vista di una loro introduzione o reintroduzione nel mondo del lavoro, in un sistema di mercato efficiente e con una tassazione minima, libero dalla burocrazia e con regole a misura d’uomo (e di imprenditore). Questa è la vera giustizia sociale: dare a tutti la possibilità di riscatto, di emergere, di mettersi in gioco, di lavorare, di progredire. E se alcuni cresceranno più di altri, che sia così. Perché anche chi è cresciuto di meno beneficerà, in qualche maniera, della maggior crescita degli altri.