“Avanti Nordio, riformiamo la giustizia”: intervista a Michele Sarno

martedì 17 gennaio 2023


Michele Sarno, avvocato penalista e cassazionista, è presidente emerito della Camera penale di Salerno. Attualmente difensore dell’onorevole Gianfranco Fini, lo scorso 30 novembre 2022 è stato insignito del premio Callas Tribute Prize a New York per l’impegno civile quale avvocato dell’anno per la difesa delle donne.

Avvocato, negli ultimi giorni la cronaca ha portato alla luce in maniera evidente alcune storture procedurali prodotte dalla riforma Cartabia. Lei che valutazione dà in merito?

Io ritengo che la riforma Cartabia, se letta con attenzione, danneggi fortemente sia il nostro sistema giudiziario che la figura dell’avvocato. È una riforma che va nella direzione dell’elisione dell’avvocato dal processo e noi avvocati, rispetto a questo, non possiamo più rimanere silenti. L’oralità del processo è un elemento irrinunciabile in quanto baluardo della democrazia. Per questo va garantita e difesa la possibilità per i singoli cittadini di poter conoscere e partecipare al processo, vedendo quello che accade. Ed il fatto che sia fatto obbligo (in alcuni casi) all’avvocato di dover chiedere di partecipare al processo è una stortura che va corretta. Ripeto, l’oralità, il contraddittorio, la partecipazione sono alla base della democrazia. Oltretutto la riforma Cartabia accresce anche le procedure burocratiche. Per esempio viene previsto che il cittadino possa depositare personalmente un atto, ma solo ed esclusivamente nel luogo in cui si svolge il processo – si pensi ad un cittadino di Palermo che deve recarsi a Milano esclusivamente a questo scopo – determinando in tal modo notevoli disagi per il cittadino stesso. Allo stesso modo appare paradossale ed inaccettabile che il difensore sia costretto all’utilizzo quasi esclusivo di strumenti elettronici e non possa svolgere le sue funzioni personalmente. È molto grave constatare per l’ennesima volta il tentativo di relegare la difesa (unico mezzo di tutela per il cittadino in un processo) sempre più in un cono d’ombra in una preoccupante rappresentazione in cui l’avvocato appare una figura prevista dalle norme ma mal sopportata. La riforma Cartabia dovrebbe essere rivisitata completamente e andrebbe privilegiata una visione sinergica di approccio alle riforme che, troppo spesso, risultano approssimative soprattutto perché rispondono al desiderio di dare risposte immediate alla “pancia” del Paese senza essere proiettate alla risoluzione effettiva dei problemi. I processi, che certamente devono essere più celeri, devono però anche e soprattutto essere giusti. Credo che in questo contesto vada fatto un plauso all’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio che sta mettendo al centro la tutela dei diritti dei cittadini, in palese e giusto contrasto con una riforma, la Cartabia, che quindi va necessariamente cambiata.

Quindi servirebbe una sferzata di garantismo? Anche perché il ruolo dell’avvocato è fondamentale per tutelare e garantire i diritti dei cittadini.

Vorrei essere molto chiaro: ritengo che il ruolo dell’avvocato vada valorizzato in modo oggettivamente più qualificante. In tal senso andrebbe esaltato quanto previsto dalla nostra Costituzione quando, operando un espresso riferimento al diritto di difesa che, nel nostro Paese, può essere esercitato solo attraverso la difesa tecnica, riconosce valorizzandolo il ruolo dell’avvocato. Vorrei poi tornare un attimo sull’importanza dell’oralità del processo: la forma scritta non riesce ad esercitare quel potere di empatia che offre la parola e che sola riesce compiutamente a garantire completezza alle tesi che si intendono comunicare in un processo. Socrate moltissimi secoli fa aveva compreso il limite della scrittura. Dobbiamo quindi recuperare gli insegnamenti del passato nella consapevolezza che se il vecchio va accantonato l’antico va recuperato per caratterizzare e migliorare il presente. Solo così possiamo immaginare di volgere fiduciosi lo sguardo al futuro.

Qual è ad oggi il rapporto tra avvocatura e magistratura? E in che direzione si dovrebbe andare?

Al netto delle riforme, credo che questo rapporto debba essere sempre proiettato ad un confronto dialettico effettivo, fatto di lealtà reciproca nella comprensione che siamo tutti sulla stessa barca e non ci sono marinai più autorevoli rispetto ad altri. Andrebbe recuperato il pensiero di Piero Calamandrei nel solco del rispetto reciproco che egli teorizzava. Con questo approccio si potranno creare le condizioni per affrontare e risolvere il problema della giustizia. Purtroppo ancora oggi magistrati e avvocati vengono rappresentati come contendenti di schieramenti opposti a causa di una narrazione semplificata tipica del nostro Paese che ama la divisione in fazioni, come al tempo fu per i Guelfi e i Ghibellini. Io credo, invece, nel dialogo e nella collaborazione tra le parti che creerebbe una sinergia atta a garantire la effettiva risoluzione dei problemi.

Da avvocato, quale autocritica rivolgerebbe alla sua stessa categoria?

Bisogna avere l’onestà intellettuale di guardare prima dentro casa propria e solo dopo procedere a muovere critiche esterne. È evidente che anche noi avvocati abbiamo fatto degli errori. Nella misura in cui “chi non fa, non sbaglia”. Sicuramente un grande errore che continuiamo a commettere è la mancanza di unione, in alcune occasioni, nel portare avanti battaglie comuni. Come avvocato penalista mi trovo quotidianamente ad interfacciare con tutti quei problemi e quei bisogni dei cittadini che ovviamente i processi comportano, perciò credo sia fondamentale, per chi svolge la mia professione, essere consapevole che solo un grande senso di umanità può consentire di svolgere al meglio il nostro ruolo.

Torniamo un attimo al sistema giustizia nel suo complesso: una parte è relativa al processo, l’altra alla pena. L’Italia nel 2022 ha avuto il più alto tasso di suicidi in carcere, suicidi non solo di detenuti ma anche da parte del personale penitenziario. Che tipo di interventi andrebbero fatti per quel che concerne la pena?

Innanzitutto bisogna intervenire sulle strutture penitenziarie e affrontare l’annoso problema del sovraffollamento. Fino a che non avremo delle strutture adeguate, la pena sarà sempre vissuta come punitiva e non tesa alla riabilitazione sociale. In tal senso vanno strutturati percorsi, all’interno della varie case circondariali, che consentano veramente un “recupero” dell’individuo: in Italia la Costituzione prevede che la pena abbia una finalità di recupero per poter rientrare in società, non punitiva. Per creare queste condizioni, ovviamente serve sia un’unita di intenti che una notevole dose di umanità. Oltre che ingenti finanziamenti. Da questo punto di vista mi sento rassicurato dall’approccio a tali problematiche del premier Giorgia Meloni, che ha scelto Carlo Nordio, persona estremamente competente e preparata, quale Ministro della Giustizia.

Nordio ha parlato anche di depenalizzazione…

È evidente che per risolvere i problemi, gli stessi vanno affrontati concretamente. Serve un’amnistia ed un indulto per un certo tipo di reati. E non dobbiamo farci spaventare dalla parola depenalizzazione: fatti meno gravi possono e devono essere valutati in maniera diversa dai casi di cronaca più violenti. Certo non deve passare il messaggio dell’impunità, ma si deve prendere atto del fatto che la realtà impone scelte e soluzioni immediate onde evitare l’implosione del sistema.

Parliamo del Governo: il primo politico dopo diverso tempo, subentrato in un momento storico decisamente complesso.

Ritengo che l’attuale esecutivo abbia ereditato dalle gestioni precedenti una situazione difficilissima, quasi drammatica. Il Paese dovrebbe comprendere le difficoltà che chi lo guida affronta ogni giorno. E credo che Giorgia Meloni stia riuscendo a svolgere un ottimo lavoro, grazie alla sua grande serietà e l’approccio ai grandi temi. È una persona che parla al Paese e con il Paese attraverso un linguaggio chiaro e concreto. E vedo dei risultati anche nel peso che l’Italia sta riconquistando a livello internazionale. Vorrei però formulare un auspicio: noi italiani dovremmo perdere il vizio di farci del male da soli. Certe critiche gratuite, certe accuse fuori dalla storia (come l’allarme fascismo, ndr) fanno male non solo a chi le muove, ma anche e soprattutto al Paese. Dovremmo fare come in molti altri Paesi, dove il nuovo premier viene riconosciuto in primis dall’opposizione. Fare opposizione vuol dire proporre un progetto alternativo, e non dire no in maniera pregiudiziale. Credo che in questi pochi mesi il Governo e il Presidente Meloni abbiano dimostrato una grande serietà e responsabilità. E il fatto che Meloni sia donna credo dimostri che il merito e la capacità di una persona possono trovare realizzazione indipendentemente da concessioni legate alla previsione delle cosiddette “quote rosa”.’

Parlando di questioni femminili, che peso può avere la figura di un Presidente donna nella gestione della gravissima emergenza della violenza sulle donne (fermo restando che esiste un problema di violenza anche nei confronti degli uomini).

Ritengo che la presenza di un leader capace e donna, sia un arricchimento al dibattito culturale e che possa imprimere uno slancio nella risoluzione di alcune problematiche. Il problema della violenza sulle donne è un problema di carattere culturale, dobbiamo impegnarci a rifondare un’educazione civica improntata al perseguimento del rispetto reciproco e del ruolo che ciascuno di noi, indipendentemente dal genere, ha nella società. L’uomo deve imparare ad avere un confronto sano con la donna che non può affermarsi, nel desiderio di far prevalere le proprie idee, attraverso l’utilizzo della forza.

Vorrei fare un plauso agli uomini, perché questo tipo di considerazioni e autocritica avviene solo in certi Paesi occidentali.

Questa battaglia va fatta a livello mondiale: i Paesi che sono giunti a questa evoluzione culturale devono difendere a spada tratta le conquiste fatte. I diritti umani non possono essere negoziabili. Questo non significa entrare nel merito dei costumi e della storia degli altri Paesi, ma entrare nel merito del valore dell’umanità. Le regole del diritto naturale devono valere sempre e comunque, a prescindere dai singoli governi.

Lei è attualmente il difensore di Gianfranco Fini. Ci può fare qualche commento su questo caso giudiziario?

Non amo parlare dei processi mentre sono in corso, anche per correttezza nei confronti di chi li celebra. Sono convinto che la magistratura gli restituirà l’onore della dignità dei suoi comportamenti corretti. Del resto il processo sta palesando la totale estraneità del presidente Fini relativamente a qualsiasi fatto delittuoso. La cosa che ritengo, però, doveroso evidenziare, se in chiusura me lo consente, è il comportamento del presidente Gianfranco Fini che, con la sua riservatezza ed il suo profilo nell’affrontare il processo, ha dimostrato di essere un vero statista. Tutto questo potrà sembrare ordinario per chi ha il senso delle istituzioni ma, mi sia consentito dire che le cose ordinarie, in alcune occasioni, sono quelle veramente straordinarie.


di Claudia Diaconale