Difesa, l’Europa deve emanciparsi

mercoledì 21 febbraio 2024


Il richiamo sulle presunte inadempienze dell’Europa nel contribuire all’autodifesa sembra un altro segno dell’ipocrisia del senior-partner Nato. La narrazione dell’ingratitudine europea, che sfrutta l’ombrello convenzionale e atomico degli Usa, è solo strumentale. Perché se l’Europa non è in grado di difendersi da sola, è dovuto al fatto che gli Stati Uniti si sono sempre storicamente opposti all’idea di una Fortress Europe paventando, magari, la riedizione della germanica Festung Europa. Così, siamo nella situazione di avere sul suolo continentale armi atomiche altrui ma senza il permesso (non solo per le nazioni sconfitte nella Seconda guerra mondiale) di svilupparne e dislocarne di nostre. Questo ci rende, allo stesso tempo, il potenziale obiettivo di un attacco tattico del nemico, seppur spogli di un autonomo potere di deterrenza per scongiurarlo. Un quadro, questo, ancora più critico in un momento di riaccesa ostilità tra Est e Ovest, oltre al naufragio degli accordi per la riduzione degli arsenali.

Dal punto di vista geopolitico, la situazione ci pone in una posizione di sudditanza, nell’ambito dell’alleanza, rispetto alle decisioni che riguardano non solo la difesa comune, ma anche l’impiego della forza Nato e degli aiuti militari, in un campo esterno al perimetro atlantico. Sotto il profilo economico gli Usa, spesso, ci impongono la lista dei loro armamenti di cui dotarci, ma proteggono il proprio mercato interno dall’export dei nostri, con formule protezionistiche come il Buy American Act. La vera autosufficienza difensiva europea passa anche attraverso il confronto con gli Usa in materia di emancipazione dell’architettura di una difesa internazionale, sia convenzionale che per deterrenza atomica. Ovviamente, nessuno nel Vecchio Continente è entusiasta della proliferazione del nucleare ma, se dobbiamo avere missili atomici in casa, preferiremmo che fossero sotto il nostro controllo, non sotto quello di una nazione straniera, seppur “alleata”.


di Raffaello Savarese