Radici europee e Diritto di cittadinanza

È importante cercare di poter ben comprendere il contesto evolutivo nel quale la nostra Italia istituzionale si sta muovendo per trovare soluzioni concrete ai fenomeni migratori che sempre più insistono sul Vecchio Continente.

La Chiesa nel tempo ha svolto un’opera di memoria storica, soprattutto grazie alla base dei valori europei provenienti dal patrimonio comune, di retaggio cattolico-protestante, su cui si è sviluppata l’Europa. Su questa base si sono quindi innescati i valori imposti dalla Rivoluzione francese, facilmente adattatisi alla moderna socialdemocrazia post-marxista. D’altra parte, il retaggio francese è confermato anche dal pensiero liberista di John Locke, ispirato agli ideali illuministi di tolleranza, libertà e uguaglianza; così come Montesquieu sancì la separazione dei poteri (legislativo – esecutivo – giudiziario) dello Stato. Fattori comuni a tutti gli Stati dell’Unione.

In definitiva, grazie a questi comuni valori di fondo, all’interno dell’Unione non si palesano particolari difficoltà ai fini dell’integrazione, sempre però che siano rispettati quei canoni formativi ed educativi che caratterizzano ogni singolo Stato membro.

Analizzando lo spaccato sociale italiano dei nuovi arrivi, ci si accorge che su un totale d’immigrati di più di 6 milioni di persone (2 di extracomunitari e 4,2 di comunitari 4.2), solo il 12 per cento di questi ha ottenuto il diritto alla cittadinanza (cioè piene capacità politiche attive e passive a livello nazionale). Inoltre, sul fronte interno, quasi il 40 per cento dei giovani italiani al di sotto dei 29 anni preferisce esperienze all’estero che, per la maggior parte di loro, significa “assicurarsi quel futuro” che l’Italia oggi non può più dargli. Questa fuga di gioventù va ad aggiungersi ai più di 5 milioni di italiani che hanno eletto residenza all’estero.

Emerge quindi la necessità di ridefinire le specificità costituzionali tra il “popolo” (cittadini) e “la popolazione” (residenti temporanei), tenendo bene a mente che, soprattutto i giovani, tendono da una parte all’acquisizione di un’identità sempre più europea, ma dall’altro esigono riaffermare quei valori di fondo che sono propri dell’educazione e delle tradizioni acquisite nel proprio Paese di origine. La realtà di oggi, dunque, mostra un bisogno impellente di una nuova interpretazione dei concetti: “cittadinanza” e “integrazione”.

Automaticamente, pensando a quanto accaduto all’interno dell’area Schengen dopo l’avvento della libera circolazione dei popoli e l’abbattimento delle frontiere interne, il quadro istituzionale di riferimento spinge sempre più verso un concetto di Europa “Federata”. Quindi non più cittadini di ogni singola nazione, ma ci si apre alla “cittadinanza europea”. D’altra parte, dopo la “Convenzione europea sulla Nazionalità” di Strasburgo del 1997, su tutti i passaporti dell’Ue si legge “Europa”, seguita dalla Repubblica di appartenenza. Il che consente ai cittadini dell’Unione alcuni diritti, tra cui la capacità elettorale attiva e passiva, per le elezioni locali ed europee, in ragione della sola “residenza” acquisita.

Questa direttiva potrebbe essere presa come base per il riesame onnicomprensivo dello status giuridico della “nuova Italia”, soprattutto i figli d’immigrati “formatisi” in Italia, in particolare dando immediata cittadinanza alle seconde generazioni d’immigrati di provenienza Ue, nati sul territorio nazionale. Per questi, infatti, il poter crescere immerso nell’antico e più tradizionale alveo culturale italiano, è una buona garanzia per ottenere un buon cittadino italiano fedele alle tradizioni ma anche aperto a una più concreta piena integrazione. Per contro, l’Islam impone valori sociali che spesso sono in contrasto con quelli adottati dalle nazioni occidentali che, per contro, si riferiscono univocamente alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948. Come contrastare allora il contemporaneo interagire del declino dei valori occidentali e il sempre più evidente avanzare di una “civiltà” dai valori sociali in netto contrasto con quelli occidentali?

A questo fine è importante innescare un’apertura nei confronti dei Paesi musulmani post-rivoluzioni, basata sul “dialogo interculturale”, inteso come presa di conoscenza e confronto tra retaggio culturale religioso e statuti giuridici nazionali. La Tunisia di oggi ne è un esempio evidente e, anche se il percorso è ancora lungo, il dialogo democratico istauratosi tra le forze politiche e la società civile è sicuramente un emblema che potrà essere di riferimento anche per l’Islam europeo.