Caso Lazio, il grottesco di Piperno e il garantismo mancante

La sensazione è che l’intreccio di ignobili e disonorevoli condotte nel mondo dell’informazione che si sono moltiplicate come piante infestanti dopo l’episodio razzista di alcuni tifosi ultrà laziali e dei loro adesivi con l’immagine di Anna Frank, sia momentaneamente a una battuta d’arresto. Anche questa volta, come accade in occasione di ogni episodio o circostanza ignobile, dopo aver offerto una passerella ai professionisti del biasimo, della censura e della condanna così come a quelli della sanzione e della punizione congrua si è arrivati per direttissima allo scalpo del mostro Claudio Lotito, minacciato di essere multato, inibito dalla partecipazione alle cariche federali e la prospettiva certa di partite a stadio chiuso per la Lazio. All’apparente sospensione delle ostilità contro Lotito e la società da lui presieduta deve aver contribuito anche lo spazio dedicato alla vicenda dal Tempo, l’unico quotidiano, nel panorama del multiforme forcaiolismo dell’italica stampa, a provare ad affacciarsi oltre le colonne d’Ercole del conformismo nazionale (di cui porta alto il vessillo un minoritario e supponente privé di intellettuali), sempre famelico di colpevoli da linciare davanti alle tricoteuse di turno.

Dell’isolata curiosità e ricerca meticolosa della verità di cui ha dato prova il quotidiano diretto da Marco Chiocci non c’è che da rallegrarsi. Così come, paradossalmente, del fatto che la sete di condanna e castigo sia al momento appagata consentendo a chiunque abbia seguito la vicenda Lazio-Anna Frank di approfittare di questa pausa, utile e necessaria, per riflettere sulle compiaciute distorsioni, strumentalizzazioni e forzature, quando non falsificazioni, in cui sguazza placida l’informazione e l’opinione pubblica. Ci ha provato per primo e con coraggio Alessandro Piperno dalle pagine del Corriere della Sera, capofila con allegati vari, degli organi di stampa sulle cui colonne si pavoneggia l’élite dei patinati ed egotici tromboni di professione, impegnatissimi nella competizione ‘cadreghetta d’oro’ sulle contromisure, su interpretazioni in malafede superficiali e sulla denigrazione del nemico fenotipicamente inferiore. Piperno ha fatto una cosa semplice: allontanarsi dallo stagno maleodorante delle vanagloriose reprimende antirazziste in cui, tra l’altro galleggiano, molti suoi estimatori, e ha stilato il suo personale ‘elenco del grottesco’ scaturito dall’episodio antisemita degli ultrà della Lazio: invocare la responsabilità oggettiva della squadra o il fatto che delle gesta di un manipolo di teppisti facciano le spese i tifosi biancoazzurri perbene o ancora che un problema di ordine pubblico diventi un pretesto per un esercizio retorico tra galletti censori, slogan, proclami e compiaciuti richiami a pur doverosi misure punitive, come a pari merito la deposizione della corona di fiori davanti alla Sinagoga e la decisione dei vertici della comunità ebraica romana di rispedirla con sdegno al mittente.

Ecco, l’elenco del grottesco di Piperno ha rappresentato, nel maremoto di livore, linciaggio sommario, autocompiacimento censorio e disonestà intellettuale che sta sommergendo la triste vicenda Lazio-Anna Frank, un refolo di buon senso, di pacata ragionevolezza. Chissà poi cosa Piperno avrà deciso di fare con quell’elenco dopo la notizia-prova che il gesto simbolico riparatore di depositare la corona di fiori davanti alla Sinagoga era stato sollecitato proprio da un componente della comunità ebraica che lo ha poi rifiutato con sdegno. Sarà evidente anche al noto scrittore che condivide la duplice appartenenza alla comunità ebraica ed alla fede calcistica laziale che l’articolato binomio mediatico-calcistico, con la trama di interessi spesso antagonisti di cui è portatore, ci consegnerà altri episodi degni di varcare la soglia del suo elenco per confluire in un vero Trattato del Grottesco. Per approdare a un’estetica del Sublime troppi Lotito dovranno esser immolati ad opera del sodalizio tra il conformismo della classe intellettuale di cui molti giornalisti si fregiano di (o meglio si agitano per) esser la punta di diamante e quello di un’opinione pubblica meschina, tanto poco critica quanto manipolabile ed ingorda di esecuzioni sommarie e generosa di definizioni immonde tra cui le più ripetibili sono “Minus habens” “ignorante che ama le passerelle”. È la logica del branco. Nulla di più.

All’elenco di gravi insensatezze legate al caso Lazio-Anna Frank di Piperno, tralasciando la inqualificabile espediente di aver strumentalizzato la Shoah contro una società di calcio, manca forse un altro elemento. Che è molto più che grottesco perché rappresenta il termometro della scorrettezza del giornalismo d’élite. Di tutti quei colleghi garantisti sempre in prima linea contro l'uso e l’abuso delle intercettazioni. A patto che si tratti di brandire la spada a difesa dei diritti di Renzi, del su’ babbo e il suo avvocato, della Boschi o di altri esponenti del Pd. Ma zitti e improvvisamente tutti impegnati su altri fronti in un fuggi-fuggi generale, se una posizione altrettanto netta andrebbe presa contro una captazione parziale e decontestualizzata, monca delle parole dell’interlocutore che parlava all’altro capo del telefono che renderebbero comprensibili quelle di Lotito. E tutto ciò avviene proprio nel periodo in cui i paladini del garantismo della carta stampata insieme ai soggetti della giurisdizione sono impegnati a monitorare con attenzione i rischi di abuso delle captazioni del Trojan di Stato il cui uso non a caso è stato circoscritto ai soli procedimenti per delitti di criminalità organizzata.

Per confezionare ad arte la prova della colpevolezza e sferrare l’attacco al ‘volgare Lotito’ e metterlo alla pubblica gogna tutto, però, è lecito. Tanto più che anche i garantisti devono aver assaporato la comodità di acquattarsi nella tana dello strasentire comune. Quello dello “schiaffiamoli in galera e buttiamo la chiave”, delle sentenze di colpevolezza ad indagini aperte o a processo in corso, quelli che sì la carcerazione preventiva è cosa buona e giusta sempre. Vero, in questo caso lo specifico della captazione non rientra in un'indagine su un reato penale ma il faro che indica la via da seguire per le battaglie di noi giornalisti e ci rende vigili sui diritti e sulle garanzie, è, dovrebbe essere sempre il medesimo: lo Stato di Diritto. Il cui presidio non è affidato solo all’esercizio della giurisdizione nel rispetto delle norme che tutelano le garanzie del singolo nel percorso di accertamento delle responsabilità che è il procedimento penale. Ma anche alla poco frequentata sfera deontologica, alla capacità di puntellare sempre i diritti dell’individuo. Iniziando, ad esempio, col dedicarsi all’esercizio del dubbio ed alla ricerca della verità. Quella che poi emerge sul lezzo del bieco conformismo dilagante e sommerge di vergogna (ammesso che la vergogna esista ancora) i puntuti professionisti del disprezzo di chi fenotipicamente non risponde ai sacri canoni della chiccheria. Al netto delle strumentalizzazioni di coloro che imbrattano pagine di giornali e di servizi televisivi e dei comodi silenzi.