Anna Frank, Sciascia, le colpe nostre

L’esecrazione per l’oltraggio imbecille arrecato alla memoria di una figura simbolo della Shoah, dello strazio dell’Umanità consumata sulla sua persona, sulla sua adolescenza perseguitata e spezzata è, per più versi, al contempo giusta ed ipocrita, insufficiente ed eccessiva. O, piuttosto, manca in essa il dolore vero che l’imbecillità reca alla ragione, l’indifferenza e la crudeltà arrecano ai migliori e veri sentimenti umani. Sarebbe naturale, ma al contempo orribile, cavarsela ricordando la frase di Leonardo Sciascia: “Gli imbecilli sono tanti e godono ottima salute non mentale, tale che consente loro di passare da un’infatuazione all’altra”.

Certo l’è un humus di imbecillità, diciamo così “calcistica”, “sportiva” (nell’accezione imbecille che questo termine ha tra i frequentatori dei bar di periferia) di fanatismo alla ricerca dell’assurdo. Ma c’è qualcosa d’altro.

Una volta sentii dire che la bestemmia è la naturale espressione di quel po’ di credo religioso che c’è tra i sostanzialmente atei. Non so se questo aforisma si adatti all’episodio. Certo che esso riflette un atteggiamento di sostanziale incredulità per ciò che, purtroppo, è forse ridotto a mera retorica. E allora sorge l’interrogativo: di fronte a quella spaventosa ferita all’Umanità che fu l’Olocausto non dobbiamo forse rimproverarci tutti di averne fatto solo un oggetto di devozione retorica, priva di vera sofferenza e di sgomento, che ricorda piuttosto una falsa religiosità superstiziosa che, magari, si esprime poi più sinceramente nella bestemmia, che non nelle giaculatorie formali?

La realtà non è forse questa, ma è certo che di fronte a sciagure come l’Olocausto, il culto della memoria è pure qualcosa di lontano, di astratto. Cioè di falso, magari per l’insostenibilità della incombente presenza, verità, attualità che è nella nostra storia recente, nella nostra vita.

Ricordo sempre un episodio occorsomi quando ero poco più di un bambino. Con mio padre ci incontrammo a Civitavecchia con qualche altra persona di “diversi” atteggiamenti politici verso il Fascismo. Il discorso cadde sulla deportazione degli Ebrei, testimoniata da uno dei presenti, Ufficiale dell’Esercito in licenza, già allora in atto nella Penisola Balcanica. Quale era la sorte di quella gente? Non il lavoro forzato, ché deportati erano anche bambini, anziani, donne. Era l’assassinio, la strage, evidentemente. Ma perché, allora li deportavano, li caricavano sui treni per portarli così lontano? Rispose a questo ultimo interrogativo angoscioso un amico di mio padre, il professor Ortensio Pierantozzi (che fu poi deputato della Democrazia Cristiana nella prima legislatura) con uno scatto d’ira: “Perché siamo tutti vigliacchi e ipocriti, perché ci basta che certi orrori si consumino un po’ più in là delle nostre case! Perché non abbiamo il senso dell’umanità che è offesa ovunque ciò accada!”.

L’aveva quel senso il professor Pierantozzi e quelli che quel giorno dell’inverno ’42-43 erano con lui, con noi. Ma aveva ragione. La “lontananza” degli assassinii, come quello di Anna Frank ha fatto di Essa l’icona di una retorica che dissimula questa assurda, spaventosa “lontananza”, di fatti, di mentalità, di storia che sono presenti, incancellabili tra noi. E che noi vogliamo, in realtà “allontanare”, esorcizzare. Retorica che gli imbecilli, non solo quelli tali per ossessioni calcistiche, non riescono a condividere che bestemmiandone i simboli, creati sciaguratamente banalizzandone la memoria.