Mafia: il boss di Bagheria ordinò l’omicidio della figlia

Questione di onore ma anche di pragmatismo. La mafia che non guarda in faccia a nessuno non ha pietà nemmeno per i figli: se “sgarrano” devono essere puniti con la morte. L’extrema ratio era stata decisa dal boss di Bagheria Pino Scaduto per la figlia, perché - diceva - “tutto da lei è partito”, intendendo attribuirle le responsabilità del suo arresto nell’operazione Perseo a causa della sua relazione con un carabiniere. Scaduto, scarcerato ad aprile scorso, è stato nuovamente arrestato ieri mattina assieme ad altre 15 presunti appartenenti alla cosca di Bagheria (Pa) accusati di mafia ed estorsioni. Mentre si trovava in carcere, tra il 2009 e il 2010, in una fitta corrispondenza con i parenti, Scaduto parlava spesso di un “regalo” da fare alla figlia. Il “regalo” era la morte. “Glielo faccio ancora molto più bello questo regalo... tempo a tempo che tutto arriva”, scriveva. Secondo gli inquirenti Scaduto non riesce però nell’intento perché il figlio - incaricato dell’omicidio - si rifiutò di eseguirlo per timore di incorrere in una lunga e pesante condanna penale: “No... io non lo faccio - dice in un’intercettazione mentre parla con un suo amico - il padre sei tu e lo fai tu... mi devo consumare (mettere nei guai, ndr) io? Consumati tu, io ho trent’anni...”. A questo punto, Scaduto avrebbe incaricato un’altra persona che però si tira indietro. “Sono loro nella famiglia - si legge nelle intercettazioni all’uomo a cui sarebbe stato commissionato il delitto - si ammazzano come i cani, a quel ‘picciutteddu’ lo stanno facendo diventare... che se avete qualcosa da dire, sbrigatevela fra di voi nella famiglia”.

Questa insubordinazione è anche il segnale di un certo fermento nella mafia della provincia palermitana. Uno degli arrestati, Vincenzo Urso, è indicato dai collaboratori di giustizia come un “ballerino”, che “non sapeva dove andarsi a sedere, perché il suo intento era di prendere la reggenza di Altavilla Milicia ai tempi di Pino Scaduto”. Giochi di potere che non interferivano però negli affari mafiosi: i soldi arrivavano costantemente grazie a una forma di “mediazione” nelle vendite. A spiegarlo è il pentito Antonino Zarcone. “Mettiamo caso... un esempio, una lottizzazione di 100mila euro, loro che cosa facevano? Al proprietario - dice Zarcone nei verbali - chiudevano l’operazione per 90mila euro, loro il terreno invece lo vendevano per 120-130mila euro, la differenza dai 90 a quelli in più rimanevano a loro e la quota che spettava al proprietario del terreno gliela davano e iddi (loro) invece di prendere la mediazione normale, che poteva essere del 2%, tipo 2 mila euro, si prendevano 20, 30 o 40mila euro sull’acquisto del terreno”. Ma il business proseguiva anche dopo perché Cosa nostra avrebbe imposto agli acquirenti le imprese che dovevano fare i lavori. In pochi hanno confermato le estorsioni. Proprio per aumentare il numero di denunce, il sindaco di Bagheria, Patrizio Cinque, ha disposto l’esenzione dalla Tari - la tassa sui rifiuti - per gli imprenditori che si rivolgeranno alle forze dell’ordine in caso di richieste di pizzo.