Calcio: da dove ricominciare?

Da dove ricominciare? Perdere si può. Nello sport è nella logica delle cose. Perdere la faccia per un Paese 4 volte campione del mondo è una ferita insanabile. Fuori dall’edizione di Mosca 2018 per la seconda volta dopo 60 anni è una vergogna. Allora fu l’Irlanda del Nord nel 1958 (a cui seguì nel 1966 la pagina nera della Corea), oggi è stata la Svezia, con un solo gol a Solna e un duro impatto a reti inviolate a San Siro, ad escludere l’Italia dal novero delle 32 nazionali finaliste. L’eliminazione è figlia di tanti errori commessi dal mondo del calcio italiano, a partire soprattutto dai Mondiali in Sudafrica nel 2010 e in Brasile nel 2014. L’ultima umiliazione è la rappresentazione di un fallimento ma anche lo specchio di una decadenza complessiva della società italiana.

Per l’Italia senza Mondiali è anche un duro colpo economico. La vittoria del gruppo azzurro di Marcello Lippi in Germania fece crescere il prodotto interno lordo di almeno un punto. Gli Europei del 2016 permisero un aumento delle vendite dei televisori del 4 per cento, ossia circa 16 miliardi di euro. Il danno solo parlando dei diritti televisivi si aggira su circa 90 miliardi di euro.

La crisi del calcio italiano era già palese da tempo. Nei due incontri decisivi con la Spagna e con gli svedesi sono emersi i soliti difetti delle squadre italiane e della nazionale. Niente idee nuove, niente gioco, scarsa tenuta atletica, tecnica e mentale, bomber a secco. A parte i dettagli tecnici che tutti gli italiani “pallonari” conoscono, il dato reale è quello che è accaduto nel mondo del calcio negli ultimi 15 anni, i richiami inascoltati come quelli di Damiano Tommasi che chiese “la rifondazione” già nel 2010 quando gli “Azzurri” non superarono la fase a gironi, di Demetrio Albertini che venne sconfitto da Carlo Tavecchio alla presidenza della Figc o i richiami di alcuni presidenti considerati “scomodi” come Claudio Lotito della Lazio, Aurelio De Laurentiis del Napoli, Massimo Ferrero della Sampdoria.

Ora si parla di rifondazione. Gigi Riva, il bomber per eccellenza dell’Italia, ha scritto che “non si bara con il risultato che proverbialmente è sempre esatto” e mette a nudo “la sgangherata gestione dell’azienda Italia dal fatturato in profondo rosso mentre i manager si attaccano alla poltrona”.

Il presidente dello sport italiano, Giovanni Malagò, è stato perentorio: “Fossi Tavecchio mi dimetterei”. Cosa manca per rinnovare l’ambiente dal profondo? Come, quando o con chi riprendere la strada giusta? Si deve ripartire dalle scuole calcio: solo il 5 per cento degli under 19 va in serie A dove gli stranieri sono il 54 per cento in linea con gli altri paesi calcistici europei. Quando nel 2006 l’Italia vinse i Mondiali nella partita Juventus-Milan c’erano 15 stranieri su 22 giocatori.

Nel libro “Un calcio da leoni, ma anche di violenze, razzismo, corruzione, potere ultrà e terremoto alla Fifa” Ernesto Menicucci scrive “al fondo c’è un’idea. Che il calcio italiano debba ripartire da quello che è stato per tanto tempo: uno spettacolo, un grande divertimento, coniugato nell’epoca moderna. Stadi nuovi, più accoglienti, più puliti, tecnologici. Lotta alla criminalità, puntare sui vivai, far crescere i nostri ragazzi, dare nuova linfa alla nazionale. Prendere o lasciare, volere o volare. Oppure a rotolare giù non sarà più solo un pallone”.

Una pagina nera da cancellare subito. Sabato all’Olimpico c’è il derby delle rivincite (previsti 52mila spettatori, con un Lotito assolto dall’accusa di slealtà sportiva per il deferimento della società per gli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma messi da 13 tifosi biancocelesti in curva sud.