Da Giletti si vende invidia sociale a buon mercato

Nonostante il notevole calo degli ascolti registrato da “Non è l’Arena” dopo il moderato successo della prima puntata, Massimo Giletti insiste con la sua ossessiva campagna contro i cosiddetti vitalizi. Anche domenica scorsa il conduttore del talk-show in onda su La7 ha inscenato una recita a dir poco penosa nella quale, con l’unica eccezione del neodemocristiano Gianfranco Rotondi, i politici e gli opinionisti in sala hanno fatto a gara nel tirare alzo zero contro la croce rossa dei medesimi vitalizi. In circa due ore di un triste spettacolo, in cui si sono ripetuti fino allo sfinimento concetti già sentiti fino alla nausea, il conduttore Masaniello ha tirato le somme per l’ennesima volta: non è giusto che le regole che valgono per i poveri pensionati comuni non si applichino ai membri della casta politica. E giù applausi e ovazioni, in attesa di un’altra puntata di questa, a mio avviso, indigesta forma di informazione televisiva. Un’informazione profondamente distorta che proprio sul piano dei piccoli e grandi privilegi che si annidano non solo nell’ambito della ristretta sfera politica, bensì dentro l’intero sistema pubblico, contribuisce ad esacerbare ulteriormente gli animi, senza tuttavia sfiorare minimamente i nodi che stanno alla base del fenomeno.

In estrema sintesi, come mi sforzo di ripetere oramai da molti lustri, al netto delle note caratteristiche di furbizia di un popolo storicamente molto propenso caricarsi sulle spalle di qualcun altro, le rendite di posizione che caratterizzano i vertici del colossale apparato politico-burocratico che amministra il Paese rappresentano la diretta conseguenza dell’eccessivo intervento pubblico nella società. Un intervento che si caratterizza con livelli di spesa pubblica, soprattutto dal lato assistenzialistico, abnormi.

Ricordo che a fronte di una spesa statale complessiva che supera di gran lunga il 50 per cento del Prodotto Interno Lordo, circa il 55 per cento di questa, ossia quasi 500 miliardi di euro, se ne va in prestazioni sociali. Ora, mi sembra evidente che chi si trova ad azionare i rubinetti di codesto enorme fiume di danaro, tanto al centro che in periferia, in gran parte utilizzato per redistribuire risorse in cambio di consenso, è fisiologicamente portato a ritagliarsi la sua ricca parte di profitto “politico”, per così dire. Se ne deduce che la strada maestra per limitare l’eccesso di privilegi che connota i sacerdoti dello statalismo passa necessariamente attraverso una decisa riduzione delle competenze di spesa del citato sistema politico-burocratico.

In assenza di ciò, perdurando la costante pressione assistenzialistica che soffoca le migliori energie italiane, le campagne moralizzatrici portate avanti da Giletti e da tanti altri suoi colleghi non potranno mai sortire alcun effetto, se non quello di portare acqua al mulino dei rancorosi e dei ribellisti a prescindere, i quali si alimentano da sempre a pane e invidia sociale, che in questo particolare momento storico sembrano raccogliersi in massa sotto i vessilli del Movimento Cinque Stelle.