Sulla pienezza della vita, la “dignità” del morire

Non sono Marco Cappato. A parte l’iscrizione al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito non ho molte cose in comune con lui: diversa formazione culturale, percorsi, esperienze, modi di intendere la vita. Potrei aggiungere che personalmente coltivo pragmatici sogni che sono diversi, perfino opposti ai suoi. Del resto il mondo ha di bello che possono, a volte, con/vivere tante differenze e diversità. Il preambolo serve per introdurre una questione che mi preme affrontare (e magari ascoltare avversa opinione) che provo a gettare nel piatto del confronto il meno rudemente possibile, consapevole di andare a toccare nervi sensibilissimi, temi delicatissimi, che richiedono attenzione, voglia di comprendere, capacità di quell’“umano sentire” che dove occorre essere laicamente misericordiosi e fare al prossimo quello che si vorrebbe fosse fatto a se stessi.

A Milano è in corso un processo nei confronti di Cappato, accusato di aver agevolato il consapevole suicidio di dj Fabo; una “complicità” che si sarebbe concretata nell’averlo accompagnato, consapevole lui e Fabo, in una clinica svizzera, e lì compiere l’estremo gesto: quello di morire. La storia è nota. Difficile spiegare a un’amica di Bruges o di Rotterdam o dell’Oregon, che in Italia per questo gesto pietoso e penoso si può essere processati e condannati. Difficile spiegare che si celebra un processo che altrove, in Italia, è stato già celebrato, e si è concluso con una assoluzione: mi riferisco al caso di Angelo Tedde. Il “Corriere Veneto” del 14 ottobre 2015 riassume così, la vicenda: “Assolto perché il fatto non sussiste. Così ha sentenziato il giudice Massimo Gerace nei confronti di Angelo Tedde, che era finito a processo per aver portato a morire l’amica Oriella Cazzanello, di Arzignano, per averla accompagnata – nel gennaio 2014 – in una clinica in Svizzera, in cui le era stata praticata l’eutanasia. Il pubblico ministero Gianni Pipeschi aveva chiesto tre anni e quattro mesi per aver istigato al suicidio la vicentina: “Oriella era convinta, non ha voluto sentire ragione, non c’era modo di farla rinunciare all’eutanasia, ci ho provato fino all’ultimo” ha sempre sostenuto Tedde, che l’aveva già fatta desistere una volta. Al termine del processo con rito abbreviato, dopo circa due ore di camera di consiglio, il giudice ha pronunciato la sentenza di assoluzione piena dell’uomo”.

Per quel che mi riguarda, non ho timore di confessarlo: ho “semplicemente” orrore. Trovo orribile la sola idea che un giorno tutto quello che mi circonda, le persone che amo, la “bellezza” di questo orribile pianeta in cui tocca vivere, un giorno “semplicemente” possa finire. Nell’ideale mia lapide si potrà legittimamente scrivere: “Morto con rabbia e dispiacere”.

Detto questo, assetato come sono di vita, mettendomi i brividi il solo pensiero della morte, non posso che riconoscere che è diritto inalienabile di ciascuno e di tutti poter scegliere quando “andarsene”, se “andarsene”, come “andarsene”. E io, ma tutti, siamo niente e nessuno per impedire a chiunque di poter esercitare questo diritto, questa facoltà. È sufficiente che lo si faccia, lo si possa fare in piena scienza e coscienza. Le convinzioni, la religione, le filosofie di ognuno di noi possono trovare ripugnante l’idea che ci si possa sopprimere; ma questo vale per il singolo, non per tutti. Ognuno deve essere libero di poter disporre della sua vita: ne faccia quello che crede, se lo vuole, se “sa”.

Vengo, finalmente, alla cosa “rozza”, che sarà percepita come sgradevole, irritante. Capisco che si vive in una società dove tutto, per essere “notizia”, deve in qualche modo fare “spettacolo”; capisco che si faccia uso politico del corpo, e Marco Pannella in questo è stato maestro. Il “corpo” è stato usato consapevolmente da Luca Coscioni e Piergiorgio Welby. Capisco, comprendo e tuttavia a un certo punto mi fermo. Mi fermo quando si tratta di una madre chiamata in un’aula di giustizia a deporre: la deposizione straziante vista e sentita in televisione e su “Radio Radicale”. Sono sicuro che nessuno ha costretto la madre di dj Fabo a dire e fare quello che ha detto e fatto. Io tuttavia fossi Cappato – qui è una delle diversità – mai avrei voluto una simile testimonianza. Mai avrei chiesto fosse resa visivamente pubblica. Per quanto giusta e nobile sia la causa (e lo è) mai avrei accettato un simile “sostegno”, a quel prezzo pagato. A dimostrare le mie buone ragioni deve essere un ragionamento, un comportamento socratico, un mio agire alla Thoreau, alla Gandhi, alla Luther King; e se ciò non basta, pazienza. Quel sentimento, quel dolore va rispettato, onorato; mi ha fatto male che sia stato reso pubblico, “esibito” in quel modo. Si dirà che era quello l’effetto che si voleva perseguire. Obiettivo centrato. Però, chiedo scusa: io, non ci sto.