Femminicidio, approvata la Relazione della Commissione di Inchiesta

Quasi un anno di lavoro ininterrotto, oltre 40 audizioni, 450 pagine di analisi, dati e nuove proposte. Così si è conclusa l’attività della Commissione monocamerale d’Inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere istituita dall’Aula del Senato il 18 gennaio 2017.

Un incarico difficile su un fenomeno complesso, una piaga sociale che va ben al di là dei casi di cronaca. Eppure, nonostante oggi il nostro Paese abbia una buona legislazione, i femminicidi restano più o meno invariati con una media di una donna uccisa ogni due giorni. Tutto questo mentre gli omicidi calano sensibilmente. Chiedersi, quindi, cosa ci sia dietro questa emergenza era inevitabile ancorché indifferibile.

La presidente della Commissione, senatrice Francesca Puglisi, durante la conferenza stampa ha spiegato chiaramente di come siano emerse luci e ombre: “Se da un lato è stata constatata una grande accelerazione impressa dai procedimenti giudiziari che riguardano le violenze sulle donne, dall’altro permangono delle differenze di approccio e di lavoro tra i vari distretti operativi del nostro Paese sull’applicazione delle misure cautelari e sul tasso di archiviazioni e assoluzioni nei processi”.

Ma il problema non è solamente processuale o repressivo. Di qui un’analisi sulla prevenzione e sulle cause, anche antropologiche, di una società che sembra ormai aver perso alcuni valori etici di riferimento e che inevitabilmente si ripercuotono nel contesto domestico, già teatro di fin troppi reati. Il lavoro di inchiesta, tuttavia, suggerisce anche nuove misure per il prossimo Parlamento. Spicca la proposta di introdurre nel codice penale “l’omicidio di identità” quando la violenza porta a lesioni personali gravi con deformazione o sfregio permanente del volto, specie se consumate mediante utilizzo di sostanze corrosive come l’acido. Inoltre, si consiglia di prevedere una fattispecie ad hoc per il femminicidio che andrebbe considerato un omicidio “consumato per ragioni di genere”.

Ma la preoccupazione maggiore, come si accennava, è soprattutto culturale. Perciò l’idea di chiedere alle Università di inserire negli ordinamenti il tema del riconoscimento della violenza di genere nella formazione di base degli insegnanti, degli operatori di giustizia, degli psicologi e dei medici, ovvero di tutti gli attori della rete di prevenzione e protezione delle donne dalla violenza, non solo è stata accolta con favore dai referenti nei rispettivi dicasteri, ma sembra essere la sola strada verso il consolidamento culturale di un maggiore rispetto per le donne.

C’è forse solo un aspetto che al momento rischia di essere trascurato. È quello della violenza psicologica, verbale e comportamentale. Perché si consuma nei gesti quotidiani, nell’abitudine domestica, nel linguaggio colloquiale di ogni giorno. In ufficio o all’interno di un gruppo di amici non fa differenza. Quello che rimane è l’amarezza di dover insegnare (o indurre) comportamenti e modelli di relazioni affettive tra uomo e donna. Ciò che dovrebbe essere gradevole ha perso naturalezza e una semplice lusinga è diventata la vera eccezione.