La guerra degli algoritmi

A Papa Francesco ne manca ancora una. Oltre la Terza guerra mondiale “a pezzetti” ne esiste un’altra, ben più reale e... immateriale. Perché è inscritta, ma non circoscritta, nei software sempre più sofisticati, che vanno dall’Intelligenza artificiale, alla spiate epocali degli hackers, che rubano gigabytes di dati raffinati. Quest’ultimi da distinguere dalla “gig-economy”, quella cioè che viene da Silicon Valley e che fa convergere verso gli immensi server di Google, Facebook, Amazon, e così via, i famosi “Big Data”. Che cosa sono questi oggetti marziani, in fondo? Armi.

Armi ben più potenti di quelle nucleari, che sono sciocche, distruttive e non distinguono l’utile dall’inutile; i buoni dai cattivi. Pessima cosa quando si va in guerra, le inutili stragi di civili. Invece no: i padroni dei big data investono miliardi dei loro utili per lo sviluppo di algoritmi sempre più potenti e raffinati che pescano qualcosa di molto utile commercialmente, a partire da quella che sembrerebbe una sconfinata montagna di stupidate che corrono nelle chat di WhatsApp, di Facebook e di tutti gli altri social.

Tranquilli: non un solo “clic” virtuale (quello che fate quando toccate un singolo tasto del vostro smartphone) sfugge all’occhio del Grande Fratello mondiale. Tutto è conservato, vagliato, spazzolato: 24 ore su 24. Le macchine non dormono mai. Sicché, come in tutte le battaglie planetarie che si rispettano, i Governi hanno i loro specialisti superpagati per fare i massimi danni possibili alle banche dati e ai segreti informatici (tipo i computer che guidano i missili intercontinentali nucleari sui loro obiettivi!) del nemico. Per non parlare dello spionaggio industriale, che avviene praticamente per gli stessi canali, vedi Russia, Cina e Corea del Nord, vitale in un mondo globalizzato dove chi vince è quello che ne sa più di tutti in nuove tecnologie. I servizi segreti americani hanno appena denunciato i costruttori cinesi di smartphone: duplicano in Cina i big data prodotti dai telefonini di loro fabbricazione! Ragioniamo: a che servono le guerre, mondiali in particolare? A far cadere un regime. O, se si tratta di democrazia presidenziale come gli Usa, a favorire un candidato a danno di un altro con fake news e con i famosi “bots”, che non c’entrano nulla con i titoli di Stato italiani. Sono sofisticati algoritmi veicolati da automi molto evoluti dell’intelligenza artificiale, che vi fanno credere di stare a dialogare sulla tastiera con persone vere e non con oggetti mentali.

Ma, per quanto astratti, questi algoritmi dialogando con voi rafforzano enormemente la vostra rabbia nei confronti del mondo politico e dei vostri avversari. Vi portano sempre, clic dopo clic, incontro ai vostri pregiudizi e li rafforzano, spingendovi a creare gruppi chiusi di opinione, ferocemente compatti nei loro odi e antipatie. Servono a negare dignità all’Altro, a quello che non bisogna né ascoltare, né considerare. Vogliamo vedere come va questa guerra mondiale degli algoritmi in Italia? Prendiamo FT del 10 febbraio scorso, in cui si dice che, come nell’America del 2016 contesa tra Hillary e Trump, la Russia sta muovendo i suoi droni virtuali per inquinare la campagna elettorale italiana e far vincere il conglomerato populista Lega, M5S, FdI (che totalizzerebbero più del 50 per cento dei consensi!), noti simpatizzanti putiniani. Giurateci: dovessero veramente fare maggioranza loro, dopo due mesi arriverebbe la Troika a commissariarci!