Addio a Luciana Alpi, una vittima della giustizia all’italiana

Luciana Alpi era una donna dolce e determinata. Per chi – come me – l’ha conosciuta nell’intimità della sua casa romana insieme al marito Giorgio alla fine degli anni Novanta, quando entrambi erano ancora uniti nella speranza quasi utopica di trovare il movente e i responsabili dell’omicidio della figlia Ilaria e dell’operatore Miran Hrovatin quel maledetto 20 marzo 1994 nelle strade intorno a Mogadiscio, la notizia è di quelle che stringe il cuore. Quando andai a trovare i coniugi Alpi nella loro casa dietro piazza dei Giuochi Delfici (avevo avuto il contatto e la presentazione tramite un comune amico, il carissimo collega Roberto Chiodi) li trovai determinati e anche un po’ arrabbiati con la giustizia italiana, anzi all’italiana, di cui entrambi poi sarebbero diventati vittima. Ricordo che c’era una gatta grigia bellissima che mi venne subito in braccio, riconoscendo l’odore del gattaro doc, e ricordo la madre quasi commossa da questo fatto: era la gatta di Ilaria.

All’epoca la ferita era ancora molto fresca, potrà essere stato il 1996 e già le indagini in corso della procura di Roma stavano prendendo strade più che tortuose. Da poco era stata costituita la prima commissione d’inchiesta sulla cooperazione allo sviluppo all’epoca presieduta dal leghista Fiorello Provera, che in quel partito non era affatto ben visto proprio per questo motivo. Ricordo l’intervista che feci ai coniugi Alpi e i documenti che ci scambiammo che sin da quel lontano giorno di più di vent’anni orsono indicavano piste ben precise del traffico di armi e di rifiuti tossici tra Italia e Somalia. Con quello strano ultimo viaggio della Alpi a trovare il sultano del Bosaso che diceva di saperla lunga e che sicuramente qualcosa disse alla giornalista dal momento che poi sparirono i taccuini e le cassette di quella intervista, dopo l’agguato e prima che il cadavere di Ilaria fosse rimpatriato.

Ricordo anche negli anni seguenti il crescente scetticismo di Giorgio e Ilaria per la piega che avevano preso le indagini del pm Franco Ionta, che poi portarono al rinvio a giudizio e alla condanna definitiva di un somalo in seguito riconosciuto innocente, scarcerato e risarcito dallo stato italiano dopo ben 17 anni di ingiusta detenzione. Ricordo altresì la fanfara mediatica con cui tanto le indagini quanto il processo in questione vennero accompagnati.

Adesso che tutto è finito e che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin da un lato - e la famiglia Alpi dall’altra - saranno annoverati tra le migliaia di vittime della giustizia italica (proprio come Enzo Tortora di cui sabato si commemorano i 35 anni dall’arresto con un convegno promosso dal Partito radicale transnazionale anche per illustrare le otto proposte di legge su giustizia e dintorni) c’è da riflettere sulla formuletta mantra che tutti ripetono quasi scaramanticamente quando un’inchiesta, o una sentenza, li colpisce: “Ho la massima fiducia nell’operato della magistratura e nella giustizia”. Quella fiducia Luciana Alpi la aveva persa da un pezzo. E non si vergognava a dirlo in ogni pubblica occasione. Non si accontentava del premio giornalistico istituito dalla Rai in memoria della figlia, anche se le faceva molto piacere partecipare alle cerimonie di premiazione, se non altro perché i temi e gli articoli in materia le ricordavano la figlia.

Luciana Alpi era – come il marito Giorgio – una persona dolce ma risoluta. E quando c’era da dire qualcosa, ad esempio che in Italia la giustizia è quello che è, lo faceva senza l’ipocrisia e l’infingimento dei politicanti. Di ieri, di oggi e di domani. Questo è il mio ricordo commosso per quella famiglia cui nel mio piccolo ho sentito di volere bene.