Cittadini detenuti e salute: Parla Babudieri

Negli istituti penitenziari del Paese aumentano i suicidi, seconda causa di morte in carcere, e il sovraffollamento. Secondo il quattordicesimo rapporto dell’associazione “Antigone”, che da più di vent’anni monitora la situazione delle 190 carceri italiane, i due istituti di pena più affollati in Italia sono quelli di Como, con oltre il 200 per cento di presenze e di Taranto con il 190,5 per cento. Ci sono celle di 9 metri quadrati abitate da almeno tre detenuti. I dati rivelano che al marzo 2017 i detenuti di tutta Italia sono stati 56.289. Nel marzo di quest’anno si registra un aumento di circa 2mila detenuti. La detenzione è un momento patologico nella vita di un essere umano. Il trauma dell’ingresso è un trauma psichiatrico legato alla perdita della libertà. Potrebbe risultare pleonastico, ma possiamo immaginare un cittadino comune costantemente connesso attraverso il telefono cellulare, che non appena viene accompagnato dai Carabinieri in carcere e spogliato dei suoi averi, per prima cosa viene privato proprio dell’oggetto che gli provoca “dipendenza”, ma grazie al quale “riempie” anche i vuoti della solitudine? La popolazione carceraria è costituita in prevalenza da persone provenienti da una società già marginalizzata, di un livello socio-culturale particolarmente basso e più esposte ad una serie di malattie non solo infettive ma anche mentali. Qualsiasi cosa può accelerare meccanismi di regressione, angoscia, squilibrio.

Abbiamo fatto una chiacchierata con il professor Sergio Babudieri, infettivologo dell’Università di Sassari e consulente della Casa Circondariale di Sassari dal 2014, nel settore da oltre trent’anni, presidente della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria Onlus (Simspe), chiarisce tanti punti oscuri, racconta aspetti cui non ci capita spesso di pensare, di un ambiente che va considerato come un luogo di passaggio.

Quanti sono in Sardegna gli istituti penitenziari?

In Sardegna ce ne sono dieci, di cui tre campi di lavoro, più il carcere minorile di Quartucciu. Abbiamo alcune migliaia di posti letto. Infatti, quando mancano posti, specialmente al nord, i detenuti vengono trasferiti in Sardegna. Quindi se vogliamo parlare di salute questo è senz’altro un bell’osservatorio.

In molti istituti penitenziari in Italia i bagni si trovano fuori dalle celle. Nelle strutture nuove è lo stesso?

All’interno delle celle nelle strutture di vecchia costruzione hanno solo il water, separato da un mezzo muro. E le persone fanno i bisogni davanti a cinque, sei, sette, anche otto persone. Questa è la situazione delle carceri più vecchie che abbiamo in Italia. La profonda differenza fra le carceri di nuova costruzione e le carceri vecchie è proprio questa. Quindi, anche senza sovraffollamento, non tutte le situazioni delle carceri sono uguali. Lo spazio vitale va adeguato alle norme europee. Se le condizioni sono queste è evidente che ci sono diversi pesi e diverse misure. Da questa prima osservazione ne consegue che abbiamo grossi problemi non solo dal punto di vista sanitario, ma anche dal punto di vista strutturale. Ci sono delle megastrutture a macchia di leopardo come San Vittore, Poggioreale, il carcere di Lecce, quello di Taranto o Como che si trova sul fondo di una vallata, dove anni fa documentammo un’epidemia causata da un gregge che passava che per una folata di vento che trasportò un parassita delle pecore provocò un’infezione a molti detenuti e a molti agenti della polizia penitenziaria, che hanno avuto manifestazioni di febbre. La salute dei detenuti dunque, dipende anche dalle condizioni in cui si trova la struttura carceraria.

Cosa si può e si deve fare per gestire meglio questa popolazione dal punto di vista della salute?

C’è l’acqua potabile nelle carceri e quanta ce n’è? Mi piacerebbe che in tutte le 190 carceri italiane ci fosse un ufficio di igiene che andasse a verificare la potabilità delle acque. Siccome ci sono alcuni detenuti che vengono con delle bottigliette d’acqua e dicono “secondo lei io mi devo lavare con questa acqua marrone?”, non credo che questa verifica venga fatta! Vogliamo parlare del riscaldamento d’inverno? La qualità della vita all’interno di un carcere passa attraverso una serie di variabili talmente elevata, partendo dal carcere vecchio o carcere nuovo e sebbene sia già questo una discriminante, non sempre un carcere nuovo è perfetto. Ma almeno le cancellate si aprono elettricamente, ci sono i citofoni, c’è il controllo elettronico, è più facile per la polizia penitenziaria gestirlo, la qualità della vita dei detenuti ne risente in positivo.

Come si gestiscono le malattie croniche e le malattie psichiche dentro le carceri? 

Tutta la letteratura sull’argomento concorda nel dire che circa i due terzi delle persone detenute non possono essere considerate sane, tra malattie infettive e malattie psichiatriche, di cui molte sconosciute dagli stessi pazienti. Faccio l’esempio della Regione Toscana che ha avuto il finanziamento del Ministero della Salute e ha raccolto una serie di dati dalle cartelle cliniche dei detenuti. Alla voce “schizofrenia” hanno trovato il dato 0,6 per cento che su 56mila detenuti fa un numero molto consistente. Quelli segnalati come schizofrenici sono i pazienti più evidenti e, spiegano i colleghi psichiatri che la parte clinica della schizofrenia grave è quella non manifesta, di coloro i quali si chiudono in loro stessi, che si provocano autolesionismi e che talvolta arrivano al suicidio. Questi hanno bisogno di una presa in carico nel pieno senso della parola. Ci sono detenuti la cui cartella clinica è intonsa e probabilmente tra questi ci sono proprio i casi più gravi. Ogni medico all’interno degli istituti non deve aspettare le emergenze ma deve visitare tutti, magari avendo assegnato un certo numero di pazienti, come si fa con il medico di base, per poi essere rivisti periodicamente, per avere un medico di riferimento, come il medico di famiglia. È chiaro che se io essendo il medico del carcere ed ho i miei 40-50 pazienti che vedo regolarmente ogni volta che vado, stabilisco un rapporto interpersonale, mi faccio un’idea della persona che ho davanti. I detenuti che vengono più presi in carico sono i tossicodipendenti, perché in carcere c’è il medico dei Servizi per le Tossicodipendenze (SerT) che oggi si chiamano Servizi per le Dipendenze patologiche (SerD) e coloro che si dichiarano tossicodipendenti anche se non lo sono, fanno visite ripetute regolari da questo medico il quale li visita, fa loro counseling, e poi li manda dal consulente in base alla patologia che accusano. Se hanno problemi alla minzione non lo vanno a dire facilmente a qualcuno, lo diranno laddove si creerà un rapporto interpersonale. Due o tre volte al giorno passano gli infermieri per la distribuzione dei farmaci nelle sezioni, quindi parlano anche con loro. Peccato che a queste persone fanno contrattini a tempo determinato a tre mesi e spesso questo personale cambia, e arrivano altre persone che provengono da cooperative, anche stranieri che non parlano italiano.

Quindi viene meno una opportunità per il detenuto di comunicare, di avere riferimenti con cui rapportarsi con costanza.

Questa è la realtà. Abbiamo degli agenti di Polizia penitenziaria, padri di famiglia, persone comprensive che sanno applicare le norme penitenziarie ma creano allo stesso tempo un rapporto rilassato all’interno della struttura penitenziaria. Se ci sono persone nervose c’è quello che li convince con garbo, che dice “lascia perdere, non vale la pena” se c’è uno nervoso, un detenuto che alza la voce possono partire gli schiaffi, bisogna capire la differenza. Se c’è uno che prende gli schiaffi, magari non esce più dalla cella perché ha una sindrome che glielo impedisce. 

Il concetto di salute implica delle peculiarità per la persona detenuta?

Da medico dico che chi è detenuto anche se è sano deve essere considerato un “paziente”. Le celle sono l’unica parte del territorio italiano in cui il magistrato ha la responsabilità H24 delle persone che sono recluse. Quindi in qualsiasi momento può chiedere di essere relazionato sulle condizioni cliniche di tutti i detenuti, qualsiasi detenuto. Che sia malato o che non lo sia. Per essere relazionato su qualsiasi persona detenuta è chiaro che un atto medico a monte deve essere fatto. E non è solo la visita di primo ingresso che descrive le condizioni del paziente in quel momento. È insito nel regolamento penitenziario: il magistrato di sorveglianza fra i suoi compiti ha quello di avere in carico la salute dei detenuti e qualcuno dev’essere in grado a sua volta di relazionarlo 24 ore su 24.

Delle 102mila persone transitate nel 2017 dai 190 istituti penitenziari, la maggior parte viene dalla marginalità, ma un’altra parte proviene da un mondo altolocato e una percentuale anche dal mondo legato alla politica, mentre gli stranieri rappresentano un terzo dei detenuti.

Regolari o irregolari che siano, gli stranieri anche senza codice Stp. (il tesserino sanitario personale, il sistema messo a punto dal nostro Servizio sanitario nazionale per l’assistenza sanitaria per i cittadini stranieri, n.d.r.). La detenzione potrebbe essere un’occasione unica per agganciare queste persone dal punto di vista medico e sociale. Se hanno patologie per diagnosticarle, per iniziare un percorso, una cura. Perché il detenuto di oggi è il cittadino di domani. Giusto uno che ha tre o quattro ergastoli non esce più, ma gli altri escono e bisogna occuparsi di loro, della loro salute, Se hanno malattie infettive trasmissibili e se li curiamo oggi abbiamo grandi probabilità che tante persone non prendano poi quella malattia più avanti. Quando usiamo la parola “inconsapevolmente” si storce subito il naso o si fanno sorrisini. Non si tratta solo di sesso. Quante persone conosciamo che hanno i tatuaggi per esempio? Uno di loro può andare a farsi un tatuaggio e se ha una epatite B o C o l’Hiv e poi passa dallo stesso negozio una ragazza che vuole fare un tatuaggio ma l’ago non è stato ben sterilizzato, ecco che si è trasmessa l’infezione. Non c’è bisogno di essere drogati o avere avuto rapporti sessuali per contrarre questo tipo di malattie. Se ne parla spesso nei nostri congressi, con immunologi e allergologi molto impegnati nel settore. Il carcere è un concentrato di patologia sociale e si porta dietro tutte le patologie di tipo clinico, psichiatrico e soprattutto di tipo infettivologico. È un’occasione unica per individuarle, fare diagnosi, curarle, in modo che le persone rientrando in società, siano meno pericolose. Studi dicono che un paziente consapevole trasmette sei volte meno di un paziente inconsapevole. Quindi, il carcere è un’occasione unica di salute pubblica.

@vanessaseffer