Violenza razzista? Ma andiamo!

C’è in atto una campagna di stampa per “montare” il pericolo del dilagare della violenza nei confronti di persone di altre razze e colore. È della stessa matrice culturale e politica dei tentativi che, non molto tempo fa, sono stati sciaguratamente e comicamente compiuti per suscitare e cavalcare una reazione razzista magari contro cittadini italiani di diverse regioni. Se diamo alle parole il significato che ad esse attribuiscono la filologia, ma anche e, soprattutto, la logica e la storia, gli Italiani non sono razzisti.

Persino quando la dissennata “libido servendi” nei confronti dei Nazisti spinse Benito Mussolini e i suoi a emanare le sciagurate leggi razziali, se vi furono manifestazioni di servilismo e di approfittamento non meno vergognose che altrove, vi fu pure una strana tendenza ad annacquare “all’italiana” quelle infami e stupide disposizioni. Ricordo che Roberto Ascarelli, israelita avvocato di grande levatura, mi confidò un giorno che, dopo l’emanazione di quella legislazione, aveva avuto dalle persone più impensabili, colleghi, poliziotti, personale di servizio (vietato) in casa, vicini, conoscenti, espressioni di solidarietà, e di conforto. E complicità per eludere molte di quelle disposizioni. Eppure l’emanazione delle leggi razziste non aveva trovato opposizione di sorta, se non, magari in qualche fascista come Balbo. Quando, di fronte all’occupazione tedesca, era riuscito a fuggire in Svizzera, Paese che aveva strenuamente opposto il suo rifiuto alla richiesta di Hitler perché adottasse leggi antiebraiche, gli era capitato, di sentirsi apostrofare per strada da qualche passante che aveva scoperto esser egli un israelita rifugiato, l’ingiuria “schwein jude” (porco ebreo) che nessuno in Italia si era mai sognato di rivolgergli.

Certo, ci sono alcune regioni d’Italia in cui il forestiero è guardato e trattato con diffidenza e, magari, con preoccupazione. C’è stato, nell’epoca della grande emigrazione dal Sud al Nord, a Milano, a Torino di masse di lavoratori affamati e maltrattati, un’ostilità accentuata e allarmante verso i “terun”. A Torino e anche a Milano si sono visti cartelli “non si affittano case a meridionali”. Ma la diffidenza e l’ostilità è immancabile nei confronti di ondate migratorie che rischiano di alterare costumi, equilibri sociali, tifo per le squadre di calcio.

Ma il razzismo, la pretesa superiorità, il rigetto, l’allontanamento del “diverso” in quanto tale non sono istinti ed espressioni di costume e tradizione italiani. Fino a non molto tempo fa i pochi africani presenti a Roma erano cordialmente apostrofati “a morè”, come i romani stessi dalle chiome scure. Sono stato testimone, durante la guerra, di atteggiamenti di pari generosità verso prigionieri di guerra Alleati bianchi e neri, fuggiti l’8 settembre dai campi di concentramento, senza la minima discriminazione ed addirittura con grottesche forme di incomprensione di quei pregiudizi esistenti tra quei fuggiaschi.

Liti e violenze anche tra abitanti di paesi vicini “tradizionalmente nemici” se ne sono avute e se ne hanno. Ma nessuno oserebbe definirle espressioni di razzismo. Se oggi, di fronte ad un’autentica invasione per di più incontrollata, si sviluppano qua e là forme di violenza di dichiarata marca razzista, direi che si tratta dell’effetto di idee e malvezzi di “importazione”. L’imitazione di altri popoli. Se l’atleta torinese di pelle scura è stata aggredita, ciò è da ascrivere, probabilmente, più che al razzismo, a una non meno deprecabile tendenza alla violenza verso le donne, rispetto alla quale la “scelta” della vittima per il colore della sua pelle è corrispondente a un giudizio di minor rischio di reazione e vendetta. Questo credo debba tenersi presente, non certo per considerare trascurabile ogni diverso episodio ed espressione di violenza intollerante, ma, invece, per guardarsi bene dal creare, presso una massa giovanile culturalmente regredita e priva quindi di sostegno di una cultura e di una moralità accettabili, una “moda” di violenza intollerante, finora estranea al nostro Paese. C’è infatti chi, mentre predica una sconsiderata, incontrollata “accoglienza”, più o meno coscientemente “gonfia” e rischia così di diffondere la violenza intollerante, espressione di autentico razzismo. Magari per farne addebito ad altri. Doppia idiozia. Non abbiamo bisogno di aggiungere ai nostri difetti nazionali e a quelli di tanti italiani altri che non sono nella nostra natura e tradizione.