Le memorie del sottosuolo

Da quanti anni i giornalisti vivono in una condizione di precarietà intollerabile? “Malpagati, frustrati e sottomessi”. Per citare Rino Gaetano. Viviamo in un sottosuolo e abbiamo anche le nostre memorie. Da almeno vent’anni. Grazie a dei sindacati ridicoli e proni di editori furbetti e di una burocrazia ordinistica che oramai si occupa solo di inutili corsi di formazione, trattandoci come scolaretti che marinano la scuola. Una categoria che si comporta e si confronta così con il resto della società non può aspettarsi altro che una progressiva e forse irreversibile marginalizzazione.

Eppure, sempre citando Rino, “ti amo Mariooo…”. Sì, “mio fratello è figlio unico”. E io pure, di conseguenza. Si fa carriera per merito o per caso. Ma non si devono accusare gli altri, non si deve buttarla in caciara con i privilegi della classe dirigente, come fa Luigi Di Maio per accaparrarsi i voti dei disperati, senza mai guardarsi dentro. Personalmente credo nel capitalismo, nel mondialismo, nella globalizzazione e nel progresso e nelle frontiere libere. Se qualcuno li ha governati male, questi fenomeni, sostituiamolo. Ma non mettiamo al posto di questa ideologia quella chiusa del nazionalismo, del comunismo, del neo maoismo a Cinque Stelle e dell’odio per il diverso. Perché il rimedio sarà peggiore del male.

Dignità è non barattare il proprio talento, magari contingentemente non fortunatissimo, con uno squallido e burocratico reddito di cittadinanza che ti chiude la bocca e ti farà diventare un “cliente” di questi irrazionali ed empi governanti dell’azienda-partito. E di chi si illude di usarli essendone riusato. Visto che amano le citazioni del Ventennio, si può riciclare, riveduta e corretta all’uopo, quella del “meglio un giorno da (povero) leone che cent’anni da pecora con il reddito di inclusione maggiorato”. Chi vuole capire capisce. E buone vacanze ai nostri lettori.