Rems della Calabria, ne parla il Dottor Lucanìa

Proprio a Girifalco, un comune in provincia di Catanzaro che oggi conta neppure seimila abitanti, nel 1879 venne costruito il primo manicomio del Sud Italia, dove i primi pazienti furono curati dal marzo del 1882. Terra di chiaroscuri la Calabria, patria di grandi medici, pionieri nelle cure e nell’assistenza delle patologie della mente. Così, dopo lunghi anni di esperienza nella storia della psichiatria, a quarant’anni dalla legge Basaglia nello stesso luogo che fu un grande centro per la salute mentale, sta per essere realizzata una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, una Rems, ma una molto speciale, tecnologica, bella esteticamente e in parte fruibile dai cittadini. Perché al suo interno avrà un poliambulatorio all’avanguardia, che manca sul territorio e questo potrà essere utilizzato anche dalla cittadinanza, vedremo come. Perché presto a Girifalco arriveranno per essere curati i pazienti psichiatrici che hanno commesso reati penali gravi. Ne parliamo con il dottor Luciano Lucanìa, presidente della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria onlus (Simspe), specialista in chirurgia oncologica. Il rapporto con la persona con questo tipo di sofferenze è stata la sua vita parallela. Si occupa di carceri da trentadue anni. Ha cominciato come specialista, come medico d’istituto, poi ha lavorato al Provveditorato regionale calabrese. Nel 2008 è stato trasferito nella sua azienda sanitaria a Reggio Calabria, per coordinare tutti i servizi degli istituti carcerari della regione che sono 13, oltre al carcere minorile, dove prevale la criminalità organizzata e di sicurezza sostanzialmente ce n’è poca. Ha collaborato molto con il ministero della Sanità. Anni fa l’Università Cattolica ha pubblicato il nuovo “Manuale italiano critico di sanità pubblica”. È suo il capitolo su “Gli interventi di tutela della salute dei reclusi”. Così, le problematiche della Calabria arrivano sui tavoli nazionali. Quando si inizia a parlare di Rems in Calabria è automatico che sia stato chiamato ad occuparsene Lucanìa.

Pur non essendo uno psichiatra, lei si è subito interessato molto al problema legato  alle Rems.

Sì. Perché era un modo di vedere il problema staccato da quello che può essere il pregiudizio clinico. Per cui ho partecipato a tutti i tavoli, ho lavorato al ministero della Salute con tutto il gruppo che si è costituito sul tema. Si è lavorato alacremente due anni Abbiamo sottoscritto una convenzione con la Regione Basilicata sulla Rems di Pisticci per cinque posti. Ne abbiamo sottoscritto una transitoria per 20 posti a Santa Sofia d’Epiro, nel Cosentino e abbiamo in costruzione molto avanzata una Rems regionale a Girifalco, di cui andiamo molto fieri, per 40 posti letto. Questo è un progetto davvero importante e significativo.

Poche Rems hanno oltre 20 posti letto nel paese. Come è riuscito in una simile impresa?

Se si tratta di dare esecuzione ad una misura e non c’è il luogo fisico in cui farlo, come si risolve e dove? La legge impone 20 posti. A me dicevano che 40 posti sono molti. Io dicevo “Serviranno!”. Continuo ad esserne convinto. Oggi disponiamo di 25 posti letto che non sono sufficienti, molte misure di sicurezza provvisorie vengono eseguite nelle strutture territoriali, nei servizi dei dipartimenti aziendali, ma ovviamente quando si parlò di ridurre il numero delle Rems non ne ero convinto e non l’ho fatto e, alla distanza, ho avuto ragione.

La Rems di Girifalco si distinguerà per tecnologia, bellezza. Per il poliambulatorio al suo interno, ha pensato di fare una sintesi fra le esigenze del territorio, dei suoi cittadini e dei malati psichiatrici della Rems.

Il fabbricato dell’Ottocento del complesso manicomiale di Girifalco è stato svuotato dei malati nel 2000 e completamente trasformato e rifunzionalizzato, con due uffici, la farmacia e il distretto. Le cucine sono diventate una piccola area industriale dove si lavorano le erbe officinali e rimaneva questo altro fabbricato. Così la città di Girifalco ha chiesto che diventasse sede di una Rems della Calabria attraverso una delibera del Consiglio comunale che è arrivata alla presidenza della Regione. Abbiamo visto un po’ di costi, abbiamo avuto un po’ di resistenze ed incontrato diversi problemi. Ma quando ho visto questo padiglione, nonostante fosse distrutto, mi sono accorto che gli spazi c’erano ed erano adeguati. C’è un panorama che si apre sulla vallata. Tutte le stanze hanno un bagno, il pavimento è riscaldato, le tecnologie avanzatissime. Dovunque si possono bloccare le porte. Sotto il profilo tecnologico è molto avanzata. Intorno un grande parco, vicino un’altra struttura dove saranno allocati i laboratori, fondamentale per il recupero dei pazienti. Questo fabbricato che non è piccolo, è staccato dalla Rems dove saranno dislocati una serie di reparti: radiologia, ecografia e odontoiatria. La città di Girifalco aveva un poliambulatorio dove si potevano solo ricevere le prime visite, ma tutto il comprensorio di circa 30mila persone per fare una radiografia doveva andare a Lamezia, a Catanzaro o a Soverato. Cioè dai 30 ai 60 chilometri di strada, fra andata e ritorno. Allora mi sono detto, una Rems non può essere scissa da queste necessità. Perché si tratta di 40 persone che possono avere bisogno di fare una lastra, una ecografia, o aver bisogno di un dentista. Allora costruiamo a fregio di strada il completamento di quel poliambulatorio, perché possano usufruirne tutti. Lo mettiamo a servizio della Rems e della cittadinanza. Si fa un sistema di porte per cui se un utente della Rems ha bisogno di un controllo si bloccano le porte dall’esterno. Il CUP (Centro unico di prenotazione) sistemerà gli orari. Il magistrato non deve fare ulteriori ordinanze per portare in giro i pazienti delle Rems e i cittadini si vedono garantito un servizio che manca. I soldi ci sono e vanno spesi bene. L’unica realtà d’Europa dove ci si è posti il problema della malattia riabilitativa per i disabili è a Catanzaro. Un’unità spinale con piscina ad uso promiscuo, che consente agli ospedali di utilizzare questa bellissima struttura anche per i malati che non vivono la realtà della Rems, in orari in cui non viene utilizzata per loro. Un progetto di vent’anni fa. I soldi ci sono ma vanno investiti bene. Poi stiamo facendo in modo che anche questi luoghi non risultino squallidi esteticamente, perché anche il bello è terapia! Un bel posto fra le colline. Il ripristino di una struttura già esistente. Non ci saranno grate, solo delle protezioni di sicurezza, dei pannelli inseriti da architetti con cascate di gocce, che cambiano colore al cambio della luce. Sulla testa non ci sono reti.

Il personale delle Rems necessita una formazione adeguata. Non mi riferisco ai medici, ma ai volontari, agli infermieri che devono sostenere l’altra parte del lavoro.

Sì. È necessaria una formazione specifica del personale. Perché la gestione di queste persone non è la stessa delle altre. Perché vi è questa base di malattia psichiatrica importante. Quando abbiamo fatto partire la struttura di Santa Sofia d’Epiro, abbiamo chiesto alla cooperativa che la gestisce di farsi un giro per alcune strutture d’Italia per  vedere come funziona nelle altre Rems. Se questo poteva bastare, per  incontrare gli altri operatori, confrontarsi sul modello di lavoro, sui protocolli. Che gli psicologi e i medici siano bravi è un dato di fatto. Con Girifalco faremo lo stesso.

Abbiamo superato la “totale assenza di dignità delle persone detenute”. Secondo lei, con l’applicazione della legge Marino che ha chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) con questa dicitura, dopo aver verificato lo stato di inaccettabile deterioramento e proposto la creazione di nuove strutture con progetti di terapia e riabilitazione che si svolgono in parte dentro e in alcuni casi fuori dalle Rems?

Questa legge era da farsi, ma è nata con troppe criticità e forse con troppe ideologie. Un po’ staccata da quella che è il vero contesto del problema. Per cui oggi ci si trova con una duplice difficoltà. Anche il luogo fisico carcere, ha una difficoltà nella gestione delle problematiche mentali. Una persona che ha un problema di tipo psichiatrico anche modesto, se viene recluso, questo quasi certamente si complica. Si parte da una situazione di base per poi trovarsi in un’altra situazione più articolata che dentro un carcere difficilmente si può controllare perché non si è strutturati per farlo. Spesso poi il detenuto con patologie psichiatriche assume sostanze stupefacenti acuendo la sua condizione e rendendola ancora più difficile al trattamento dentro le strutture carcerarie. Oggi manca ancora una qualsiasi forma di compensazione fra i vari sistemi che possono affrontare adeguatamente il tema. 

Come sono organizzate da voi le liste d’attesa. C’è un sufficiente turnover fra i pazienti? Perché lo scopo delle Rems è la transitorietà del ricovero?

Siamo partiti con l’idea che ci potesse essere un turnover. In realtà non è così. Il turnover è molto basso. Aver depotenziato i numeri aumenta le liste d’attesa.

Che tempi avete di media?

Non c’è una media. Da Santa Sofia ne sono usciti molto pochi. Quelle persone stanno lì per necessità. Se il problema è cronico diventa difficile rimuovere la misura. Questa è la difficoltà.

Quindi chi entra difficilmente ne esce?

Difficilmente ne esce, finché le condizioni cliniche non lo permettono. Perché può diventare un percorso lungo. Non è così semplice che la situazione diventi tale da poter poi andare sui servizi territoriali, in una struttura residenziale, di media o alta intensità, o in appartamento. Perché c’è un problema di condizione clinica che gli psichiatri sanno spiegare meglio, ma che nei fatti, nella sostanza che io vedo dall’altro fronte della gestione del problema, crea quel rallentamento del turnover. Per cui intanto servirebbero più posti e poi servirebbe che nelle case circondariali ci fosse un livello più sanatoriale.

 

@vanessaseffer