Il lessico dell’ipocrisia: massoneria deviata

Dopo molti anni che non avevamo più avuto occasione di frequentarci, è venuto a trovarmi il figlio, oramai avvocato, di un amico avvocato calabrese. Al padre, che pure intendeva visitarmi, è stato impedito e lo vedrò nei prossimi giorni. L’ottimo giovane collega mi ha informato di una penosa e grottesca vicenda giudiziaria in cui è incappato il padre. Questi, un paio di anni fa era stato arrestato, posto agli arresti domiciliari e, dopo varie vicende tra Gip, Riesame ecc. si trova ora rinviato a giudizio. Lo conosco bene e so che è una persona di specchiata coscienza. Ma di questi tempi ciò non basta ad evitare incidenti del genere. Cosa che vale per tutti e per ogni tipo di falsa accusa. A maggior ragione vale quando l’imputazione, come nel caso del mio caro amico, sia quella di essere nientemeno “appartenente ad una Massoneria deviata con legami con la malavita mafiosa”.

Un’imputazione del genere dovrebbe far ridere piuttosto che preoccupare chi se la veda appioppare. Purtroppo, non è così. Essere imputati di qualcosa di grottesco, di inesistente, di assurdo con questa nostra giustizia, con i magistrati che ne teorizzano e ne praticano l’“uso alternativo” (cioè la non giustizia) è cosa che preoccupa più che, magari, essere raggiunti da un’accusa di omicidio.

Questa storia della “Massoneria deviata” è emblematica. La storia della ventata di persecuzione antimassonica, che è difficile non considerare parte e strumento della eversione giudiziaria di “Mani Pulite”, è probabilmente ancora tutta da capire e da scrivere. Certo è che ad un dato momento, più di quanto fosse avvenuto sotto la dittatura fascista, la “Massoneria” divenne se non proprio un crimine, una grave colpa e motivo di punizione di crimini ed una inconfessabile condizione politica. E “massone” divenne termine sinonimo di torbido personaggio, capace di ogni nefandezza. Ma, poiché in tutto il mondo “Massoneria” e massone sono considerati espressione di un diritto di libertà e professione di idee libere e democratiche, si è ricorso, profittando della impressione lasciata dalla vicenda della Loggia P2, ad una formula che è di per sé ipocrita e assurda: “Massoneria deviata”.

Però quanti tirano in ballo la Massoneria e lanciano a ragione o a torto l’accusa di essere “massoni”, non fanno mai a meno di aggiungere “deviato”, “deviata”. Per essere deviata la Massoneria o quale sia altro movimento, dovrebbe esservene una rettilinea, ortodossa e giusta e non attaccabile. Ma state pur certi che, ad esempio, per certi magistrati “lottatori” non c’è massone e Massoneria che non siano “deviati”. È, dunque, quella di “massone deviato” espressione ipocrita, modo di dire e non dire, di accusare tutti i massoni e tutte le varie “Obbedienze” massoniche e, al contempo, sottrarsi alla responsabilità di una posizione che è stata propria del fascismo e dei regni totalitari.

I magistrati “democratici” calabresi hanno introdotto questo termine nel lessico giudiziario, lasciando, magari avendo sentito dire che, poiché qualche più o meno immaginaria loggia massonica ha avuto a che fare con la mafia, massoneria sia una sorta di livello “borghese” e “politico” della mafia stessa. Tutta la massoneria. Anzi, solo quella “deviata”, che però di “rettilinee” non ve ne sono. Certo, se andate a dire ciò a quei magistrati (cosa che, peraltro, è sicuramente sconsigliabile) li sentirete dire che no, ed a sostenere che mafia e Massoneria (deviata) sono pressoché la stessa cosa, e che a dirlo non solo loro, ma i pentiti che conoscono bene l’ambiente. Altro capolavoro di ipocrisia. Creare una sorta di circolo vizioso tra inquirenti e inquisiti è cosa vecchia, cioè, antica.

Gli inquirenti torturatori della Santa Inquisizione ottenevano dalle streghe, “tanagliate” a fuoco e trattate a “giri di corda” dai loro boia, descrizione dei loro rapporti con il Demonio del tutto corrispondente a quanto risultante dai loro trattati di demonologia. Che, a loro volta potevano affermare che ciò risultava anche dalle confessioni di streghe risultanti dagli atti di tantissimi processi. I “pentiti” di oggi, che certe dichiarazioni le fanno senza bisogno di torturarli, mossi come sono dal fine di accaparrarsi la benevolenza dei magistrati, hanno subito capito che cosa dovesse loro “risultare”. E non sbagliano mai. Quando parlano degli “amici degli amici”, a un certo punto tirano fuori la Massoneria. Rigorosamente deviata. Deviata da che cosa, però non lo dicono mai.

Ricordo che nelle carte di un processo, manco a dirlo, a Reggio Calabria, trovai la dichiarazione di un pentito che in un primo interrogatorio aveva detto “che gli risultava che Tizio e Caio erano massoni deviati”. In un successivo interrogatorio era stato molto più “specifico”. E comico. Dichiarò che mentre stava scassinando il caveau di una banca, aperto il cassetto di un certo personaggio del luogo, vi aveva trovato un’agenda che aveva preso e aveva cominciato a leggerne il contenuto. C’era un elenco di nomi di altri personaggi della Città. “Capii subito che era un elenco di massoni deviati” che snocciolò in abbondanza. Il magistrato ne fu soddisfatto. Non gli passò neppure per la testa di domandargli come avesse fatto a “capire” che si trattava di tutti massoni. E soprattutto, come avesse fatto a rendersi conto della loro “devianza”. L’agenza preziosa, l’aveva smarrita. È da notare che “deviato” è un termine che non può confondersi con quello con il quale vengono definite alcune “Logge” irregolari, non riconosciute dai maggiori consessi massonici. È una qualifica che appartiene al lessico dei pentiti (e dei magistrati che li “gestiscono”) e non a quello della Massoneria.

Nel caso del mio amico ho avuto modo di apprendere un altro particolare di questa nuova “categoria” massonica. I massoni “deviati” non hanno elenchi dei loro accoliti. Infatti la Difesa solerte dell’avvocato-imputato di “devianza massonica…” si era fatto carico di richiedere, ottenendolo, da tutte le più o meno importanti, più o meno note “Obbedienze Massoniche” una certificazione che il supposto massone non appartenesse e non aveva mai appartenuto ai loro sodalizi. Ma i magistrati avevano subito respinto ogni valore probatorio di tali certificazioni, affermando che per dei massoni “deviati”, in quanto, deviati, non può da nessuno essere attestata l’appartenenza alla Massoneria sia essa deviata o rettilinea. Unica fonte di prova: la parola di un pentito, cui nessuno, come nel caso dello scassinatore di banche, aveva domandato come avesse fatto ad assicurarsi della appartenenza del mio amico ad un benché deviato sodalizio massonico. Questa è la giustizia italiana. Che, oltre che giustizia, vuole essere storia. E riesce solo a produrre storielle. Brutte storielle.