Arriva l’inverno demografico

Sono giorni di grande dibattito politico e la Legge di bilancio del Governo è al vaglio di analisti politici ed economici sia in Italia che in Europa. Tra le novità che l’alleanza gialloverde intende perseguire, una delle più discusse riguarda indubbiamente la riforma della Legge Fornero sulle pensioni con la ormai celeberrima “Quota cento” secondo la quale avranno diritto ad andare in pensione tutti quei lavoratori che tra somma di età e contributi versati raggiungeranno, per l’appunto, quota 100. Secondo le prime stime, grazie a questa riforma, ci saranno 360mila uscite nel 2019, anche se la riduzione dell’assegno pensionistico che si aggirerà tra il 5 e il 21 per cento potrebbe far calare le adesioni a 230-250mila.

Poco meno di un mese fa è stato presentato a Palazzo Chigi il Rapporto sull’economia dell’immigrazione 2018 della Fondazione Leone Moressa che  fotografa l’attuale situazione demografica italiana e guarda alle previsioni fino al 2050. Il quadro che ne emerge non è certo confortante. Solo rispetto all’anno passato sono “scomparsi” (e mai “rimpiazzati” da nuove nascite) più di 100mila concittadini e il saldo negativo non è stato compensato neppure dal saldo migratorio, dato il calo degli ingressi di migranti regolari degli ultimi mesi.

La natalità nel nostro Paese è infatti ferma al di sotto dei due figli per donna e, nonostante l’immigrazione venga sempre percepita come un’emergenza, gli stranieri regolari che vivono in Italia producono un valore aggiunto al nostro sistema socio-economico e rappresentano il 10.5 per cento della quota nazionale degli occupati immettendo nelle casse previdenziali 11,9 milioni di euro, senza “rubare” lavoro agli italiani, poiché si tratta di occupazione complementare che riguarda cioè occupazioni poco qualificate.

Nel contempo, dal 2008 continua a crescere il numero di italiani che decidono di abbandonare il nostro paese per andare a lavorare all’estero e sono ormai oltre 5 milioni gli italiani iscritti all’Aire. Questi fenomeni combinati, stanno determinando l’aumentare inesorabile dell’età media e del peso degli anziani sulla popolazione, configurando un vero e proprio problema strutturale.

E le previsioni per il futuro rendono questo scenario, se possibile, ancor meno rassicurante. Secondo il Rapporto, ipotizzando che verosimilmente non vi saranno variazioni né negli attuali trend delle nascite né dei flussi migratori, in Italia nel 2050 i cittadini anziani, cioè con oltre 65 anni di età, aumenteranno di ben 6 milioni di unità mentre la popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni subirà una contrazione di 7 milioni. Non solo, i giovani diventeranno una vera e propria rarità: oltre un italiano su tre sarà in età da pensione, il 12 per cento in più rispetto ad ora.

Ma se è vero che nel sistema pensionistico sono coloro che sono ancora impiegati a dover sostenere con i loro contributi i lavoratori ormai in pensione, quali scenari si prospettano per il futuro prossimo degli italiani? Come potrà essere soddisfatta la richiesta di welfare che sta crescendo inesorabilmente da una popolazione in età lavorativa che sarà inferiore del 18 per cento rispetto ad oggi?

Le priorità dell’agenda politica sembrano più concentrate sulle esigenze della popolazione anziana, come appunto l’abbassamento dell’età pensionabile, piuttosto che sulla situazione demografica che risulta allarmante, dove il processo di invecchiamento continua rapidissimo e dove tantissima parte della forza lavoro resta totalmente esclusa dal mercato, dove sempre più connazionali scelgono di espatriare e dove l’immigrazione viene concepita come emergenza e non come strumento di sostegno ad un Paese che si avvia verso un drammatico “inverno demografico”.