La questione non è l’etnia di Alessandro Mahmood, se egli sia cresciuto nei disagiati slums della periferia di una grande città del nostro Paese, se sia o meno un eroico rappresentante di quella che sarà l’Italia multicolore di un prossimo futuro; non spostiamo il problema, perché la più triste realtà dei fatti è che la canzone vincitrice del Festival di San Remo è brutta, ma brutta, ma proprio brutta che più di così non si può. Quasi come l’ultimo libro di Fabrizio Corona, ma evitiamo di fargli ulteriore pubblicità ché in questo è più bravo lui degli uffici stampa della Mondadori.

La del tutto dimenticabile canzone del giovane italo-egiziano è l’ennesima, palese dimostrazione che anche nel campo della musica l’Italia, che ha generato nei secoli – tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente – un Pierluigi da Palestrina, un Antonio Vivaldi, un Niccolò Paganini e, in tempi più vicini ai nostri, un Luigi Tenco o un Fabrizio De Andrè – così per restare nel campo delle “canzonette” – ha totalmente dimenticato cosa siano il “bel canto”, l’armonia, la melodia. Ecco che il concetto del “brutto” è entrato ormai completamente in qualsiasi settore della vita: orribili architetture, immagini sgradevoli, sonorità pessime ammorbano l’esistenza di questo Paese lasciato all’incuria e al disinteresse. Se le pale eoliche deturpano il paesaggio, se le colate di cemento devastano le città, il “motore” è lo stesso che definisce il brano di Mahmood degno d’essere premiato in quanto musica. Ecco che, in tal modo, irrompe il predominio del brutto sul bene e sul bello. Del resto questo poi è il prodotto dei Talent televisivi.

Oggi dunque, si privilegia non già più l’estetica, parte nobile di una visione filosofica che vorrebbe la forma essere specchio del suo contenuto, ma il suo esatto contrario: la disarmonia e dunque la sgradevolezza. Ma la musica è pur sempre un’arte, quindi è anche “forma”, come solevano dire San Bonaventura e Tommaso d’Aquino nei “secoli bui”; invece noi oggi, siamo diventati complici della bruttezza violentando le nostre anime in una società globalizzata che, paradossalmente, ha reso la bellezza quasi inaccessibile, perché per goderne bisogna pagare, fare una fila e dopo pochi secondi ritornarne privi. La bellezza, anche quella musicale, è una qualità superumana che resta ormai sempre più nascosta e pertanto della quale si deve andarne in cerca come fosse il Sacro Graal. E come il Graal è in grado di salvarci dalla morte, se non da quella corporale, almeno da quella dell’anima, più di quanto possano fare la scienza materialista o il moralismo delle ideologie politiche, perché è il brutto ad essere immorale, lo è la musica che non è tale, rifiutando canoni estetici e l’armonia, rinnegando la tradizione e l’avanguardia, sempre e soltanto tenendo d’occhio, con compiacimento malcelato, il diktat del “pensiero unico” e del politicamente corretto.