“Ocean’s Thirty”, parla Alberto Luca Recchi

Fotografo dai primi anni Settanta, ha cominciato ad immergersi nei mari di tutto il mondo nei primi anni Ottanta per fotografare squali e balene e per produrre splendide opere racchiuse innanzitutto nel calendario annuale che da trent’anni Alberto Luca Recchi presenta: A tu per tu con 12 click sott’acqua. Molte altre sono raccolte in alcuni libri scritti in collaborazione con Piero e Alberto Angela e in altro materiale divulgativo sulla vita degli oceani e in libri fotografici dedicati agli squali. Nel 1998 ha organizzato la prima spedizione che ha documentato le balene nel Mediterraneo, da cui poi furono prodotte alcune puntate dedicate di Superquark. Ha collaborato con numerose riviste italiane e straniere come National Geographic e come giornalista ha lavorato a diverse trasmissioni televisive, grazie alle testimonianze fotografiche dei suoi viaggi e alle sue immersioni. È considerato uno dei massimi esperti di squali e fra i più grandi esploratori al mondo, per questo invitato in contesti nazionali e mondiali esclusivi a tenere conferenze. È membro dell’American Elasmobranch Society, ittiologi ed erpetologi che si riuniscono annualmente per cercare di salvare il nostro mare ed i suoi abitanti. Recchi ha riportato un’idea interessante dall’estero che non è passata inosservata alla nostra attenzione, così abbiamo voluto parlarne direttamente con lui, riguarda certamente il mare, l’ambiente e la plastica che sta uccidendo il nostro ambiente marino. Ogni anno, secondo il Wwf 570 tonnellate di plastica finiscono nelle acque del Mediterraneo, 33.800 bottigliette di plastica al minuto. Tartarughe, cetacei e pesci si ritrovano questo materiale nello stomaco e muoiono. Si stima che nel 2050 il materiale inquinante sarà persino quadruplicato.

Quindi, cominciamo ad eliminare la plastica dai grandi alberghi. È ciò che hai proposto a Federalberghi e che vorresti proporre per tutti gli alberghi d’Italia. Come nasce l’idea degli Hotel più green con la Fondazione Recchi?

Ho proposto di eliminare da ventottomila alberghi italiani l’uso della plastica perché andando in giro mi sono accorto che qualcuno ci aveva pensato prima e mi era sembrata un’ottima idea, anche ovvia, per cercare di rimediare a quanto sta accadendo. Ho messo insieme diversi dati che ho avuto da tempo sotto gli occhi, ho chiesto ad un amico che ha un albergo e solo con il suo con un centinaio di stanze utilizzava circa mezzo milione all’anno di boccette di amenities, cioè boccette di plastica di bagnoschiuma, shampoo, conditioner, e mi sono detto che se solo quello che è un albergo di media dimensione ne usa mezzo milione pensando a tutti gli alberghi italiani la cifra ogni anno è davvero pazzesca. Si può fare qualcosa? Il problema è complesso ad una prima lettura, perché molti clienti anche a cinque stelle lusso che spendono delle fortune per una notte vogliono portarsi via la bottiglietta griffata. La soluzione è quella di mettere appesa al muro dei dispenser e poi spiegare il motivo per cui non si trovano più le boccette di plastica, ma se proprio ci tieni le passi a prendere in portineria come gadget. Gli alberghi sono il biglietto da visita di un Paese, ma poi ci saranno le scuole, gli ospedali, le caserme e tante altre realtà su cui pensare di lavorare. Abbiamo appena firmato un protocollo di intesa fra Marevivo e Unicamillus, l’Università con la facoltà di Medicina che forma medici e professionisti sanitari e che si rivolge in parte anche a studenti non comunitari, dei Paesi del sud del mondo, che poi rientrando nel loro Paese d’origine possano essere scintille di cultura e di sanità e anche loro tolgano da subito tutte le plastiche che non sono necessarie dall’ambiente, perché ce ne sono alcune indispensabili, come le siringhe o altre attrezzature, d’altronde loro sono una realtà che ha a che fare con l’ospedale, ma c’è questo sforzo per non utilizzare la plastica non necessaria. Unicamillus metterà a disposizione un pool di ricercatori per studiare le conseguenze delle microplastiche nell’organismo. Saranno studi molto all’avanguardia di cui sono molto orgoglioso perché con la Fondazione Recchi non ho il background scientifico né di tessuto umano per portarle avanti e svilupparle, ma faccio incrociare buone volontà, in questo caso gli alberghi italiani con l’università e la ricerca, sarà una cosa bella.

Girando per il mondo e per i mari, hai visto le isole di plastica di cui si parla ogni tanto ma poi si cerca di tenere la cosa sempre un po’ in sordina. Si può fare qualcosa, si possono eliminare queste isole, raccogliere queste immondizie, distruggerle, c’è un sistema?

La prima che ho visto era il 1998, quando organizzai la prima spedizione per cercare le balene del Mediterraneo e avevo un piccolo aeroplanino che sorvolava la Corsica e cercava le balene dal cielo e io stavo in barca e quando da lassù le avvistava mi dava le coordinate. L’aeroplanino volava molto basso e un giorno il pilota mi disse che aveva volato per dieci minuti sopra l’immondizia. Lui mi aveva fatto la foto perché io ero sempre in barca però la informazione l’avevo accantonata. Oggi si sa che quell’isola è diventata ancora più grande. Che si può fare? Per quelle che vanno a fondo non si può fare più niente, bisogna solo aspettare qualche secolo. Quelle in superficie in teoria si possono prendere con delle reti. C’è una associazione in America che ci sta provando e una azienda italiana che ha in mente di farlo e che ha anche la tecnologia per farlo, ma non so se lo farà. Fra poco presenterò il mio calendario, il più vecchio che c’è sul tema della natura al mondo, sono trent’anni che lo faccio, ma sarà l’ultimo perché sono arrivato a trent’anni. Smettere dopo i quaranta mi sembra esagerato. Questo calendario ha un concept particolare, perché ho fotografato animali nei rifiuti, l’ho fatto per dare una speranza, per dire che è vero che il mare è pieno di monnezza come si dice a Roma, però se la smettiamo, se la piantiamo di buttarci roba i suoi abitanti ci aiutano, e dovremmo anche evitare di rovinarlo con l’eccesso di pesca. Con queste dodici foto che a breve presenterò parlerò a modo mio di questo. Sono creature che danno proprio il senso di come abbiamo ridotto l’ambiente.

Sei il più grande conoscitore di squali: bianchi, grigi, verdesche, mako, il cugino dello squalo bianco. Hai senz’altro un rapporto particolare con la paura, con il silenzio e con la solitudine.

E con la pazienza direi! Siamo tutti un po’ esploratori, poi c’è chi rimane sull’albero e chi si prende qualche rischio in più. La paura per me è utile perché mi evita di commettere troppe imprudenze, già il mio lavoro se ne porta dietro qualcuna che è inevitabile, a partire dal mare anche dagli incidenti con l’elica, con le reti, con gli animali perché per attirarli sei costretto a sistemare del cibo e rendi la situazione ancora più pericolosa, perché quelli vengono con l’idea di mordere. La paura io ce l’ho sempre. Ho più paura oggi che vent’anni fa. E vent’anni fa avevo più paura di quanta ne avessi trent’anni fa. Il silenzio poi lo abbino alla solitudine. Il mare immaginato come luogo del silenzio però non lo è, perché se metti la testa sotto l’acqua e non ti fai distrarre dal rumore del tuo respiro, dalle tue bolle, il mare è il mondo del rumore. Ci sono i pesci che sgranocchiano il corallo, i gamberetti che strofinano le chele, ci sono i granchi che strusciano il carapace sullo scoglio, è un’orchestra polifonica sott’acqua anche perché i suoni sott’acqua si trasmettono più velocemente e più lontano che sulla terra ferma. Basta pensare alle balene che sono tutte in comunicazione tra loro, anche i sommergibili militari lo sono. Quindi non è il mondo del silenzio, ma è il mondo della solitudine per me, dove io mi ricarico la testa e lo spirito, per me è una terapia.

I ragazzi che tipo di approccio dovrebbero avere con il mare?

Il mare aiuta tutti, anche chi va solo con la crema solare e per uno spaghetto alle vongole, ma è bello scoprire cosa c’è oltre, dentro, facendosi delle domande e andando a cercare le risposte, avere curiosità. Come fa ad accoppiarsi una cozza? Ci sono i pesci maschi e i pesci femmine? Ma i pesci si tradiscono?

A molte di queste curiosità risponderai con Piero Angela all’Auditorium il 21 ottobre in uno show d’eccezione dove racconterete degli Oceani, dei suoi abitanti, di tante le meraviglie che incanteranno certamente i presenti, cui si unirà la voce splendida di Noa, l’artista internazionale da sempre sensibile alla causa della difesa del pianeta. Squali e uomini, un confronto particolare. Molti uomini in certi ambienti umani vengono definiti “squali”. Ci sarà un motivo. Come agisce lo squalo nel suo ambiente, gira intorno alla sua preda fino a farlo stancare e poi lo divora per sfinimento oppure gli squali attaccano solo quando hanno fame e che tipo di paragone è questo. Se non ce lo racconti tu questo come facciamo a risolvere questo dilemma?

Non si può dire che gli squali fanno così, perché ce ne sono quasi 500 specie perché abbiamo aggiunto con i capelli bianchi conoscenza, e non se ne comportano due in maniera uguale. Nemmeno della stessa specie. Sono molto intelligenti. Non fanno genocidi, non si vendicano, non uccidono per rabbia o per gioco. Uccidono per mangiare e quindi sono un po’ meno squali a volte degli esseri umani. In comune hanno solo che sono tutti carnivori e tutti predatori, quindi non c’è lo squalo di Walt Disney vegetariano, quello c’è solo su Nemo. Il fatto è che siamo ignoranti, mentre degli animali terrestri conosciamo un po’ tutto e li conosciamo un po’ tutti e li vediamo più facilmente perché la terra l’abbiamo colonizzata, il mare no, del mare non siamo padroni, siamo ospiti e quindi possiamo essere anche preda.

@vanessaseffer